Ludophìlia #36 – Ho male all'avatar

Ludophìlia #36 – Ho male all'avatar

Ludophìlia (con l’accento così) non è una malattia venerea, ma un’incomprensibile rubrica di approfondimento videoludico che corrobora mente e joypad, curata da uno che l’avrebbe addirittura voluta intitolare “I Love Naomi Kyle”.

Cos'è la compassione videoludica? Il giocatore prova un sentimento di compassione nei riguardi dell'avatar teleguidato ogni volta che lo vede, lo sente o lo sa infelice o minacciato da qualcosa che è estraneo alla relazione amorosa che risiede nel gameplay.

Posto che noi sentiamo l'avatar così come egli sente se stesso, noi dovremmo odiarlo se lui trova se stesso odioso. Se l'avatar soffre di allucinazioni, se ha paura di diventare pazzo, io stesso dovrei soffrire di allucinazioni, io stesso dovrei essere pazzo. Ora, per quanto grande sia la forza dell'amore videoludico, questo non avviene. Sono commosso, angosciato, poichè è terribile veder soffrire le persone a cui si vuol bene, ma, al tempo stesso, rimango asciutto, impenetrabile. La mia è un'identificazione imperfetta: sono un giocatore, ma un giocatore sempre più carente; anche in proporzione alla profonda riserva mentale in cui, di fatto, mi tengo, io mi agito troppo.

Mannaggia a Paolo Giacci, mannaggia!

Mannaggia a Paolo Giacci, mannaggia!

Giacché, proprio mentre m'identifico sinceramente nell'infelicità dell'avatar, ciò che vedo in questa sua infelicità è che essa si manifesta senza di me e che, essendo infelice di per sé, l'altro mi abbandona. Se egli soffre senza che io ne sia la causa, con tutti, vuol dire che per lui io non conto: la sua sofferenza mi annulla nella misura in cui lo pone fuori dalla mia portata.

Di conseguenza, se l'avatar soffre anche senza di me, perché io dovrei soffrire al suo posto? La sua infelicità lo porta lontano da me e io finirei per sfiancarmi cercando di corrergli dietro, senza mai poter sperare di raggiungerlo, di entrare in coincidenza con lui. Dunque, stacchiamoci un po', impariamo a tenerci a una certa distanza. Riecheggi la parola repressa che affiora alle labbra di ogni soggetto, quando esso sopravvive alla morte altrui: viva la vita reale, viva Panau!

Sebbene a Chieti non manchi nulla, Panau.

Sebbene a Chieti non manchi nulla, Panau.

E allora, io soffrirò con l'altro, ma senza pesare, senza più dannarmi. Avrò un comportamento, insieme molto affettivo e molto controllato, molto appassionato e molto civile, guardando delicatamente qualcun altro giocare al posto mio. Ecco l'unica forma sana della compassione videoludica.

God Save the Dark Lord: Anarchy in Mordor

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Tekken 7 non ci prova nemmeno a stupire, che gliene frega àllui