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Ludophìlia #32 – La recensione di The Last Guardian? Sì

Ludophìlia #32 – La recensione di The Last Guardian? Sì

Ludophìlia (con l’accento così) non è una malattia venerea, ma una rubrica di approfondimento che corrobora mente e joypad, curata da uno che l’avrebbe addirittura voluta intitolare “I Love Naomi Kyle”.

Interrogarsi furiosamente, come è stato fatto dalla stampa specializzata, sulla qualità della poetica di The Last Guardian, significa partire da un giudizio preformato dell'infanzia e della poesia e, in qualsiasi cosa ci s'imbatta, ritornarci fatalmente.

Significa postulare una normalità poetica e insieme infantile, in virtù della quale si giudicherà l'ineffabile opera di Fumito Ueda. Significa, a qualunque decisione si arrivi, ingiungere a The Last Guardian di addossarsi, come prodigio e come vittima insieme, come mistero e come prodotto, cioè in definitiva come puro oggetto magico, tutto il mito poetico e tutto il mito infantile del nostro tempo. Del resto, è proprio la combinazione variabile di questi due miti, assieme all'estetica così marcatamente "prima PlayStation", a provocare la differenza delle reazioni e dei giudizi.

La recensione di The Last Guardian, allora, non comincia che davanti all'innominabile, davanti alla percezione di un altrove estraneo allo stesso linguaggio che lo cerca.

Cavalcando toponi.

Cavalcando toponi.

Il gioco di Ueda è, prima di tutto, il riconoscimento di una profondità, di un'irrazionale estensivo al videoludico. Il suo gameplay, poi, è un gameplay morale, che accetta di lasciarsi piegare dalla virtù di chi vi prende parte: il coraggio, la pazienza, il controllo di sé, del joypad e del pianto. E il paradosso è che quest'universo del puro determinismo è subito domato dalla libertà del carattere giocatore. The Last Guardian è una scuola di volontà.

Resta, dopo tutto, il caso della recensione di The Last Guardian. Ma non si lamenti la stampa specializzata ipocritamente: è lei a divorare il gioco di Ueda, di lei e di lei sola il videogioco è la vittima. Vittima propiziatoria, sacrificata perché il mondo sia chiaro, perché la poesia, il genio e l'infanzia - in una sola parola il disordine - siano addomesticati a buon mercato e la vera rivolta, quando appaia, trovi il posto già occupato da recensioni e votazioni ad hoc.

Che piaccia o no, questo è il gioco-martire dell'adulto malato di lusso poetico. Tuttavia, anche se le soluzioni ai problemi del suo gameplay sono di pura mistificazione, The Last Guardian resta istituzione del reale per la coscienza dei suoi giocatori: non è via di evasione, ma evidenza realistica delle miserabili condizioni di vita dell'impiegato del GameStop che ce l'ha venduto schifato.

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