Ludophìlia # 14 – Appunti sul piacere videoludico

Ludophìlia # 14 – Appunti sul piacere videoludico

Ludophìlia (con l’accento così) non è una malattia venerea, ma una rubrica di approfondimento che corrobora mente e joypad, curata da uno che l’avrebbe addirittura voluta intitolare “I Love Tara Long”.

[Appunti disordinati annotati di ritorno dalla Game Developers Conference del 1978, sul filobus San Francisco-Chieti]

Tutta una piccola mitologia tende a farci credere che il piacere (e particolarmente quello videoludico) sia un'idea di destra. A destra si spedisce in blocco verso sinistra tutto ciò che è astratto, noioso, politico, e ci si tiene il piacere per sé. Verso destra, per di più, procede la maggior parte dei platform, come strano effetto Coriolis del tecnoludico. A sinistra, invece, si sospetta e si disdegna ogni residuo di edonismo, oppure è The Cave. Da entrambi le parti, comunque, si respira la bizzarra idea che il piacere sia una cosa semplice.

Nel 1997, il piacere videoludico sarà free roaming?

Nel 1997, il piacere videoludico sarà free roaming?

Si elenca tipicamente una lista di cinque tipi di piacere associati all'utilizzo dei videogiochi: il piacere della competizione, del portare a compimento il gioco fino al suo termine naturale, il piacere del "dominio del sistema" (cioè la gratificazione di dominare la complessità del gioco), il piacere per lo "spettacolo", inteso come avvicendamento delle immagini e del loro susseguirsi, quindi il piacere del "contatto" fra la propria intelligenza e quella di chi, lontano nel tempo e nello spazio, aveva originariamente progettato il gioco. Infine c’è anche il sesto, che è quello del "sentirsi parte", cioè quello del percepire di essere all’interno di una comunità di giocatori, sia amici sia sconosciuti, che condividono lo stesso immaginario e la stessa passione.

Ciò che gusto con piacere in un videogioco non è direttamente la sua struttura, i suoi contenuti o la qualità dell'interfaccia, ma piuttosto le scalfitture che impongo al suo bell'involucro (anche se è in digital delivery).

Ciò che gusto con piacere in un videogioco non è direttamente la sua struttura, i suoi contenuti o la qualità dell'interfaccia, ma piuttosto le scalfitture che impongo al suo bell'involucro (anche se è in digital delivery).

Cos'è davvero il piacere videoludico? È forse solo un piccolo godimento? Il godimento videoludico è solo un piacere estremo? Il piacere è solo un godimento indebolito, accettato e deviato attraverso uno scaglionamento di conciliazioni? Il godimento è solo un piacere brutale, immediato (senza mediazione)? Dalla risposta (si o no) dipende il modo in cui tuti noi racconteremo la storia della nostra modernità videoludica e South Park: The Stick of Thruth. Il piacere, invero, non è un elemento del gioco, non è un suo residuo ingenuo. Non dipende dalla logica degli sviluppatori o dalle sensazioni restituite joypad alla mano; è piuttosto una deriva, qualcosa che è insieme rivoluzionario e asociale, che non può essere adottato da nessuna collettività, nessuna mentalità, nessuna recensione o guida strategica. È forse qualcosa di neutro? È evidente che il piacere videoludico sia un fatto scandaloso, non perché immorale, ma perché atopico.

Se accetto di giudicare un videogioco secondo il piacere, non posso lasciarmi andare a dire: questo è buono, questo è cattivo. Niente graduatoria, niente critica, giacché questa implica sempre una mira tattica, un suo uso sociale e molto spesso una copertura immaginaria. Non posso dosare, immaginare che il suo codice sia perfettibile, pronto a entrare in un gioco di predicati normativi, sistemi di controllo ed engine vari: è troppo questo, non è abbastanza quello; il videogioco può solo strapparmi questo giudizio, per nulla aggettivo: è così! E ancora di più: è questo per me! Il "per me" non è soggettivo, né esistenziale, ma nitzschiano.

Melius quam Diprè.

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