Ludophìlia #12 - Semiologia del racing game moderno: il problema del Nürburgring Nordschleife.

Ludophìlia #12 - Semiologia del racing game moderno: il problema del Nürburgring Nordschleife.

Ludophìlia (con l’accento così) non è una malattia venerea, ma una rubrica di approfondimento che corrobora mente e joypad, curata da uno che l’avrebbe addirittura voluta intitolare “I Love Tara Long”.

È scritto dappertutto, prevalentemente sull'asfalto del Nürburgring Nordschleife: il moderno racing game custodisce insieme l'alienazione della guida automobilistica e il suo sogno: in quanto necessità, esso attesta la frattura di un autentico modello fisico; in quanto artefatto tecnologico, è la coscienza di questa frattura e lo sforzo stesso che tende a superarla. In altre parole, che senso può avere un lecca-lecca alla merda?

A tutte le dimensioni che hanno delineato la creazione e l'evoluzione dell'automobilismo digitale, si aggiunge oggi una nuova profondità - altro non è che la forma - che costituisce da sola una sorta di meccanismo vicario della sua funzione primaria: quella simulativa. Ad ogni nuova iterazione (parolaccia), il racing game moderno abbaglia (letteralmente) la vista dei suoi piloti ostentando molta più apparenza di quanta i loro occhi riescano a processarne senza strabuzzare. Così, alla sbilenca percorrenza dell'auto sulle tortuose strade del virtuale, si aggiunge e si confonde il destino supplementare della forma, spesso divergente, sempre ingombrante, a tratti folgorante. Iperrealismo videoludico: oggi, per guidare, servono gli occhiali da sole.

L'alienazione della guida e il suo sogno.

L'alienazione della guida e il suo sogno.

Consapevole della propria inadeguatezza "sostanziale", non per questo il racing game smette d'esser avido d'immaginazione. Au contraire - come direbbe mio marito - tende a spingersi più verso forme hyper-barocche, che non hanno altra intenzione se non quella di deviare l'attenzione generale dal cronico e distopico sottosterzo universale. Il racing game moderno, insomma, si avviluppa attorno alla disciplina reale e la abbellisce di un valore estraneo alla sua intenzione, impegnandola continuamente in un'estenuante rincorsa dell'autentico esteriore,piuttosto che sulla ricerca di una ragionevole maneggevolezza. L'oggetto automobile è sempre consegnato alle convenzioni della forma, che subordina la normale gestione del sovrasterzo di potenza all'obsolescente apparenza. Si direbbe che proprio in ciò consista la tragicità del racing game moderno: dal fondo di esigenze puramente estetiche, esso chiede d'esser guidato come un vezzoso "rituale", e non più come una riconciliazione con il mondo dei motori, come un'ascesi.

C'è scritto.

C'è scritto.

In questo sforzo di liberazione e nel tentativo di guadagnare una sostanza valida, affidabile ed eterna, converrà muovere da qui, partendo dalla visione integrale del filmato posto in calce. Solo ammirando profondamente tutta la passione e la dedizione profusa dall'utente GPLaps, restando col cuore in gola fino al diciottesimo minuto (SPOILER: c'è il sorpasso) e per un altro giro ancora, ci si potrà affrancare dall'ordine manifesto delle texture, riconciliandosi per una buona volta con le OMI da corsa.

Il vecchio Gran Prix Legends e un Logitech G27, per una specie d'ideale anticipazione, rappresentano qui la perfezione di un nuovo automobilismo adamitico, in cui la fisica conterà più dell'estetica e chiunque potrà vincere anche solo arrivando quarto, urlando di gioia.

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