Outcazzari

Lollipop Chainsaw: lecca qui, lecca lì e s'accende la motosega.

C'erano così tanti (finti) zombie al party organizzato per la presentazione californiana di Lollipop Chainsaw, che la stampa italiana accorsa per ingurgitare gli orripilanti appetizer offerti da Suda 51, James Gunn e Akira Yamaoka, a confronto, pareva quasi gente splendida e splendente, in forma eccelsa. E nel trambusto della festa, tra un Fernet Branca (a San Francisco va un casino) e l'altro, mentre la controparte in carne, ossa e push-up di Juliet Starling (la cheerleader) s'atteggiava sciantosa, discinta e un po' zozzona per l'estasi suprema di tutti giornalisti onanisti, è capitato anche di mettere le nostre vogliose manacce sulla demo dell'opera multimediale interattiva nonsense di Grasshopper Manufacture. lunga ben quattrocentomila ore. Mancava solamente il finale e i titoli di coda, praticamente.

Da dove incominciare? Intanto da qui: Lollipop Chainsaw è l'apoteosi dell'esagerazione apocalittica "in salsa zombie" (argh!), l'elogio della follia videoludica e una fucina di matte idee di game design mescolate "a cazzo di cane" e chissà quante altre citazioni (cinema, comic book, punk, dance, rock'n'roll ecc.) a go-go. Poi, ancora, è una miriade di personaggi sopra le righe, un college dedicato a George Romero pieno zeppo di coin-op, frotte di Pac-Man megagiganti in pixel art che t'inseguono/waka-waka-waka, minigiochi demenziali senza soluzione di continuità, QTE fuori di zucca, la testa ancora senziente del fidanzato della protagonista appesa alla cintura, altrui decapitazioni per puro entertainment, mosse ardite che raramente svelano le belle chiappette della biondina, finanche stage in stile VR Mission con la grafica palesemente allucinata e tutto un bordello ludico assai paradossale, da scoprire con vivissima esaltazione, a suon di livelli scemi, più che divertenti e in certe occasioni anche impegnativi (gli zombie non sono mai troppi, ma possono impensierire ugualmente il giocatore superficiale). Ancora, Lollipop Chainsaw è un sistema di controllo che di fatto stupisce le proprie mani (a vederlo giocato da altri non si direbbe affatto), per via di una qualche sorta di profondità recondita, o "peso" che dir si voglia. Va bene il sacro fuoco del button mashing, insomma, ma senza esagerare come degli stronzi che premono tutti i pulsanti senza neppure pensarci.

A vederlo in azione, il gioco di Grasshopper Manufacture sbalordisce l'occhio dell'utenzarrapata con un ferale tripudio di luci, lucine e lucette ad intermittenza, colori oltremodo saturi e decisamente kitsch, trovate artistiche in bilico tra il geniale e l'esasperato a tutti i costi, tratti fumettosi qui e là sgranati e chicche importate abilmente da altri medium, per uno stile complessivamente inconfondibile, che riesce nel malsano (eppur piacevole) tentativo di conciliare certe trovate di No More Heroes, alcune robe di The House of the Dead e persino le soffici provocazioni softporn di una Bayonetta concupiscente, per un adorabile risultato ossimorico, che sa di trash raffinato, lecca-lecca al rabarbaro e benzina per motoseghe a tortiglione. A partire da metà giugno.

 

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