Librodrome #74: L'arte del game design

Librodrome #74: L'arte del game design

Attenzione. Ogni due settimane, in questa rubrica si parla di cultura. Niente di strepitoso, o che ci farà mai vincere il Pulitzer, ma è meglio avvertire, perché sappiamo che siete persone impressionabili. E tratteremo anche dei libri. Sì, quelle cose che all’Ikea utilizzano per rendere più accattivanti le Billy. E anche le Expedit.

Della marea di concetti espressi nelle cinquecentotrenta pagine e spiccioli (più trenta e altrettanti spiccioli di note e bibliografia) che compongono The Art of Game Design: A Book of Lenses, ce n'è uno solo che non mi vede d'accordo. Si trova nell'ultima pagina della parte introduttiva ed è espresso con queste parole: "If you are not really interested in becoming a good game designer, put this book down now. It has nothing for you." Ora, chiaramente capisco il senso della cosa ed è evidente che solo chi nel game design ci sguazza, o ha intenzione di sguazzarci, potrà cogliere fino in fondo e sfruttare come si deve ciò che questo libro ha da dargli. Ma pure gli altri, eh! Pure gli altri, sul serio.

L'ho acquistato nel negozio della Game Developers Conference, lo scorso marzo, consapevole di stare infilando in valigia un tomo da duecento chili che mi avrebbe fatto rischiare problemi all'imbarco (poi è andato tutto liscio, tranquilli). La copertina era invitante, le citazioni di Noah Falstein e Neil Druckmann sul retro mettevano voglia e la vittoria di premi prestigiosi ne sigillava il valore, almeno sulla carta. E quindi via, l'ho comprato e me lo sono letto quasi tutto d'un fiato, nel giro di appena tre giorni, mentre cazzeggiavo sulla sdraio fra piscina e spiaggia a Giulianova e dintorni. Eppure non ho la minima intenzione di fare il game designer! E quindi? Eh!

La copertina della seconda edizione.
La copertina della seconda edizione.

Il fatto è che, innanzitutto, Schell scrive davvero bene. Dove per "bene" s'intende non solo una questione di sintassi e utilizzo corretto della lingua inglese. È che proprio sa come spiegarsi, come veicolare quel che ha da raccontarti e rendere accessibili anche concetti un po' astrusi. Del resto, oh, oltre a fare il game designer, insegna alla Carnegie Mellon (Pittsburgh, Pennsylvania), qualche dote sul trasmettere la conoscenza dovrà pur avercela. E ha parecchio da dire di interessante, per il modo in cui parla di game design in senso ampio, sotto tutti i punti di vista. Tanto per cominciare, parla di gioco, non strettamente di videogioco. Certo, l'obiettivo è puntato sul digitale, ma giustamente affronta la questione del design ludico chiacchierando anche di giochi "fisici" e tradizionali, di boardgame, giochi di ruolo e grandi classici come gli scacchi o la dama. Perché in fondo i concetti di base quelli sono e quelli rimarranno sempre. In secondo luogo, fa discorsi ampi, che tirano in mezzo le discipline più varie per ampliare il punto di vista sulla creazione di videogiochi: in The Art of Game Design si parla di psicologia, musica, matematica, architettura, antropologia, programmazione, certo, ma anche parchi giochi e arte visiva. Insomma, è un maelstrom di teorie, spiegazioni, fatti, suggerimenti e racconti di pura pratica veicolati al solo scopo di aiutare i game designer a strutturare un metodo per la propria creatività. Il libro di Jesse Schell non punta sul comunicare una visione d'insieme per la missione del game designer, se non magari nel momento in cui insiste sul concetto di loop, continua e necessaria iterazione. Si propone più come manuale ampio e avvolgente, perfetto compagno per l'artigiano al lavoro sulla creatura che nascerà dal proprio amore.

Una lente.
Una lente.

La divisione per argomenti è strutturata in modo da andare a creare, un pezzo alla volta, la mappa strutturale del game design, secondo i vari elementi che la compongono. Si procede seguendo una serie di affermazioni legate ai giochi, che punteggiano i vari capitoli e vengono affrontate in maniera approfondita, ma senza sprofondare mai nella logorrea e trovando sempre ottimi modi per risultare comprensibili sul piano della terminologia, ma non dando mai l'impressione di star semplificando troppo. Ne viene fuori una lunga serie di definizioni e spiegazioni utili, che permette di comprendere svariati meccanismi più o meno noti che stanno dietro al design, analizzare cause ed effetti non necessariamente palesi o magari anche solo dare un nome a qualcosa che già sapevamo. In più, ci sono le lenti, una serie da oltre cento domande che è giusto porsi nell'analizzare il gioco su cui si sta lavorando, per capire se e come risponda a determinati requisiti, se funzioni nella maniera giusta, se si stia lavorando come si deve. Le lenti, fra l'altro, sono disponibili anche sotto forma di carte "fisiche" e di app per smartphone tablet, sotto il nome A Deck of Lenses. Ovviamente non tutte le carte sono pertinenti per tutti i giochi, ma presentano molte domande importanti che spesso ci si dimentica di porsi e alle quali invece sarebbe il caso di saper dare una risposta certa.

Ci sarebbe parecchio altro da dire sul libro di Jesse Schell, e magari varrebbe anche la pena di menzionare il fatto che, forse, la parte in cui si occupa del lato "commerciale" del game design è forse un po' troppo legata ai modelli distributivi tradizionali e rischia di invecchiare in fretta, ma faccio prima a dirvi che dovete leggerlo. Per tornare alla questione da cui sono partito, certo, questo libro è dedicato espressamente a chi lavora o ha intenzione di lavorare nella creazione di videogiochi. Ma è un libro estremamente interessante ed educativo anche per chi lavora nei/coi videogiochi ma non come game designer. E pure per chi non ci lavora ma è parecchio appassionato all'argomento. Sul serio: dovreste leggervelo tutti. E arrivo anche a dire che ha cose interessanti e utili da comunicare sul piano dell'organizzazione, mentale e non solo, a chi coi videogiochi non ha nulla a che vedere, anche se, certo, magari non è il caso di leggerti cinquecento pagine per scovare una manciata di cose che ti interessano.

Al momento The Art of Game Design – A Book of Lenses è disponibile solo in lingua inglese e – sbaglierò – dubito fortemente che possa un giorno essere tradotto in italiano. Ma vai a sapere. Comunque, di seguito trovate i link per acquistarlo su Amazon. Come al solito, se fate acquisti (anche di altre cose) partendo da uno fra questi link, una parte di quel che spendete andrà a noi, senza alcun sovrapprezzo per voi. Grazie!

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Old! #128 – Settembre 1995

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Until Dawn, il sole prima o poi sorgerà. Forse

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