Le recensioni e il senso del girovita

Spesso si parla del significato di dare un voto a tutto, ma oggi è un discorso più o meno futile, nell'era dei social network e della condivisione alla velocità della luce. E come tutte le argomentazioni più o meno futili, non posso esimermi da affrontarle con qualche migliaio di caratteri. In fondo i blog sono nati per questo, no? Ricordo negli anni '80 e '90 (sì, sono vecchio) quando si attendeva con una certa ansia il "giornalino" di turno per vedere qual era il gioco del mese ed, eventualmente, prepararsi a comprarlo più o meno ad occhi chiusi. Ovviamente nemmeno allora i pareri della stampa erano sempre affidabili, però, nella monnezza dilagante, i veri gioielli spiccavano molto più che ora. Un esempio su tutti: Street Fighter II per Super Nintendo, una vera ecatombe per i portafogli di chi volle acquistare la prima uscita giapponese.

Tornando al solito discorso voti-recensioni-mazzette-litigi sui forum, la loro superficialità è dimostrata non solo dalle vendite, che spesso se ne infischiano della "critica", ma dal comportamento del giocatore moderno. Se una volta, come detto prima, c'era più fiducia nel mezzo-carta perché l'unico disponibile, oggi ancor prima che si legga una preview c'è già gente che critica, o meglio odia, un gioco a prescindere. Gli esempi sono tanti, ma per restare nell'attualità nessuno è meglio di DMC, il ritorno di Devil May Cry firmato Ninja Theory. Quasi nessuno di chi lo massacra sulla rete l'ha mai giocato, ma per tutti è già pessimo solo per il restyling del protagonista.

Forse, il pubblico di oggi si merita la stampa che c'è, e viceversa. Ed entrambi hanno una specie di rapporto simbiotico tra di loro: senza hype non c'è attenzione, non importa che poi sia negativa o più spesso il genere di critica del tutto campata in aria.

In tutto questo, e nell'enorme proliferazione del mezzo-videogame sui generi e gusti più differenti, si può vedere come il classico "riassuntino" della recensione con il voto alla fine non sia altro che un semplice esercizio di stile del redattore di turno. Che spesso si aggroviglia su questioni di cui non frega niente a nessuno, prima fra tutte l'originalità. Se l'originalità avesse mai contato qualcosa nei videogiochi, gran parte dei produttori storici sarebbe fallita da tempo.

Riallacciandomi al discorso iniziale: quando è possibile sapere tutto di un gioco grazie alla rete mesi prima che esca, e leggere in seguito migliaia di pareri, una sola opinione spesso nemmeno motivata o illustrata adeguatamente perde tutto il suo significato. Ed è anche per questo che le recensioni sono ormai prodotte "un tanto al chilo" per soddisfare i publisher che, tramite i vari aggregatori (Metacritic, Gamerankings e così via) hanno un'altra statistica da usare a scopo pubblicitario.

Visto e considerato che sempre più spesso una recensione non è seguita dall'acquisto del gioco, ma dalla lettura di altre recensioni ed eventualmente dalla solita mega-discussione su qualche forum, al solo fine di prevalere virtualmente sugli altri. E il gioco magari lo si acquista più avanti, solo usato o solo quando è sceso di prezzo (e le statistiche sul crollo verticale del nuovo ce lo indicano chiaramente).

Quindi, le recensioni attuali servono solo a generare numeri, che a loro volta generano litigi e discussioni più o meno inutili, che insieme non spostano di un centimetro il gioco dagli scaffali. A quello ci pensa la pubblicità, o nel caso delle serie più famose la dipendenza fisica instaurata negli utenti.

E se pensate che abbia torto marcio, fatevi una domanda: "qual è l'ultimo gioco che ho preso a scatola chiusa basandomi solo sul voto?" Ecco.

Il fondo del barile #2 - Sujin Taisen: La battaglia dei numeri

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