Le lezioni del casual gaming

Per il nono mese consecutivo, il mercato USA dei videogiochi è risultato in declino nei dati NPD. Si tratta del 20% in meno ad agosto per i cosiddetti "tripla A" ovvero le uscite destinate ai negozi. Chi se ne frega? Mica tanto, visto che l'America resta il primo mercato mondiale dei videogame ed è tuttora il target principale dell'intera industria. Quindi, se va male, trascina con sé il resto del mondo. Capite come mai così tanti sviluppatori hanno chiuso o visto pesanti tagli nell'ultima annata?

Ora, se è naturale che in un momento di recessione economica meno persone acquistino beni superflui come i videogiochi, non è normale che mentre una parte dell'industria si contrae, un'altra continua a crescere: l'amato/odiato mercato casual di telefonini, smartphone, tablet e compagnia cantante. Ciò significa che la domanda c'è ancora, si è solo trasferita su altri lidi. E non è difficile capire perché, osservando come il mercato casalingo sia immerso in seguiti tutti uguali e aggiornamenti continui dello stesso titolo, oltretutto venduti a prezzi ormai assurdi.

Pensiamoci un attimo: dieci anni fa su cellulare si giocava Snake, oggi troviamo "cosette" come Horn. Se è vero che la qualità grafica cresce con la potenza dell'hardware, è sul lato dell'originalità e dell'innovazione che il mercato casual ha dato pesanti lezioni a console e computer. Grazie alla rivoluzione iPhone, sono nati o si sono affermati generi come tower defense o endless runner, mentre hanno ripreso vita i puzzle game e le avventure. Sto esagerando? Non credo, se guardiamo i milioni di download raccolti da Angry Birds, oppure il successo che le riedizioni di Broken Sword hanno ottenuto. E intanto, su console e PC sono usciti venti capitoli di Call of Duty, trenta di FIFA, quaranta Sims e cinquantadue Final Fantasy.

Se da giocatore attempato non posso e non potrò mai lasciare i formati casalinghi per dedicarmi unicamente al "touch", la stagnazione dell'offerta esistente nel settore home mi costringe a una riflessione. Non è che le troppe risorse disponibili hanno portato gli sviluppatori a dormire sugli allori? Pensateci un attimo: su telefonino non abbiamo quintali di memoria e CPU velocissime (ora sì, ma solo nella fascia alta), quindi uno studio deve davvero ingegnarsi per ottimizzare il suo titolo o puntare tutto sulla giocabilità. Come controprova, basta vedere quanto poco sono ottimizzate le versioni PC di successi per console, tanto ci pensa l'hardware.

Un insieme di prigrizia mentale e troppo attaccamento al brand, insomma, che ha trasformato l'industria dei videogame in una macchina da soldi che ora si è inceppata.

Per sbloccarla, basterebbe guardare al passato e ricordarsi che il vero "traino" arriva dal gameplay e non dal titolo scritto sulla confezione. E magari farsi un giro su App Store e Google Play. In mezzo a tanta spazzatura, c'è sempre qualche diavoleria in grado di tenerci attaccati allo schermo per ore.

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