Paperback #1 - Le cronache dell'uccisore di re

Paperback è la nostra rubrica quindicinale in cui parliamo di libri non strettamente legati al mondo dei videogiochi. Visto che per quelli legati al mondo dei videogiochi c'è quell'altra. Era il lontano 2007 quando questo ragazzone barbuto, rispondente al nome di Patrick Rothfuss,  pubblicava il suo primo romanzo Il nome del vento e diventava all’improvviso, alla “veneranda” età (allora) di 34 anni, un caso letterario nel piccolo mondo dei geek e nerd appassionati di Fantasy. Poi il pubblico ha dovuto attendere ben quattro anni, a volte prendendo a insulti il suo blog a causa di gravi crisi d’astinenza, prima di vedere il seguito di quel mallappone di oltre 800 pagine. Ma ne è valsa la pena.

Nel 2011 è uscito infatti il secondo libro della saga di Le cronache dell'assassino del re, con il titolo La paura del saggio (per la cronaca, altre 1000 e rotte pagine). E si conferma il successo. E il talento.

Come mai sono così tanto entusiasta? Per due motivi: finalmente una saga corposa, tante pagine che scorrono che è una meraviglia. E nessun taglio da parte dell’editore. Qualcuno ha detto George R. R. Martin? Esatto. A differenza di quel che ha fatto vergognosamente la cara Mondadori con i romanzi di Martin sulle Cronache del ghiaccio e del fuoco, parcellizzando i romanzi originali in tanti volumetti di poco più di 200/300 pagine, Fanucci se ne frega, fa la gran signora e pubblica Rothfuss integralmente.

Inoltre, parliamo di un gran bel romanzo, una bella storia appassionante scritta da qualcuno che, va detto, sa come raccontare storie. Perché tutte queste tante belle pagine scritte fitte fitte rapiscono e creano dipendenza.

La saga è un metaromanzo, se così possiamo dire. Racconta di Kote, apparentemente un mite e pacioso oste che gestisce la locanda La Pietra Miliare assieme al suo assistente Bast. Ma, sotto queste umili fattezze si nasconde al mondo il celebre Kvothe il Senzasangue, l’eroe di tante leggende!

Un cronista, dopo un lungo e periglioso viaggio, raggiunge il nostro eroe e lo convince, con il prezioso aiuto di Bast, a raccontare una volta per tutte la sua storia, scevra di falsi miti, così come lui l’ha vissuta. Kvothe promette di dedicare al cronista tre giorni (uno per ogni romanzo), durante i quali racconterà la propria vita.

Nel frattempo, però, il mondo è diventato un luogo pericoloso, la guerra è alle porte e strane, inquietanti creature vagano per per le strade. Così, inframmezzate al racconto, a segnare le pause nella narrazione, irrompono scene del quotidiano. Se da un lato quindi passano i mesi e gli anni delle avventure del giovane Kvothe, dall’altro, senza timore di rompere il climax, denotando una padronanza della narrazione e della trama veramente magistrali, l’autore ci riporta al presente, all’interno della locanda, e anche qui scopriamo sempre di più strane trame del destino che sembrano voler imbrigliare e richiamare il nostro eroe.

Ci viene quindi raccontato che il nostro protagonista appartiene al popolo degli Edema Ruh, attori e girovaghi, artisti e saltimbanchi itineranti che, malgrado circondati da malevole credenze e superstizione, perseguono nobili ideali e tengono in gran conto la cultura. Dopo un tragico evento che segna la fanciullezza del nostro eroe, Kvothe decide di andare a studiare presso l’Arcanum, l’Accademia di arti magiche più famosa al mondo. Iniziano così le nostre avventure, tra il desiderio di apprendere la strana magia che permette di conoscere il nome il nome del vento per piegarlo alle proprie necessità, il desiderio di vendetta e la brama di fama e fortuna. Ogni ulteriore parola sarebbe un inutile e pernicioso spoiler. Ma lasciatevi dire che, se siete appassionati di Fantasy, non potete farvi sfuggire questo capolavoro. Certo, se poi dovrete attendere altri quattro anni per leggere il finale della storia e ritrovarvi, come la sottoscritta, in pesante crisi d’astinenza, non è colpa mia. Infine, delle considerazioni estemporanee sul target: la saga non è inquadrabile né come un fantasy à la Martin, né come un heroic fantasy, pur avendo un sapore molto classico. Rothfuss ha saputo creare un mondo a sé stante, senza nani, elfi e draghi ma lasciando comunque la sensazione al lettore di visitare luoghi noti e di incontrare per la strada vecchi amici.

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