Outcazzari

La sostenibile pesantezza di Heavy Bullets

Quando si parla di FPS, si tende a identificare la nascita del genere con Doom. L'affermazione ha un fondo di verità, ma per motivi diversi da quelli che si pensano. Se siamo arrivati a Call of Duty è perché la creatura di John Carmack e John Romero ha messo in moto una rivoluzione, partita dal suo straordinario successo e dallo spettacolo della sua grafica, con tutte le implicazioni che ha avuto sul mercato dell'hardware dei PC. Il gameplay, però, era tutta un'altra storia. Se è un po' che non giocate a Doom, vi consiglio di farlo oggi. Fatelo partire e sparatevi anche solo il primo capitolo, senza scrivere IDDQD e IDKFA. Andate pure, vi aspetto qui. Fatto? Molto bene. Provando a blastare cacodemoni nel 2014, si realizza come in realtà Doom assomigli molto più a Geometry Wars che a Medal of Honor. È uno sparatutto diabolico e geniale, con un ritmo e un gameplay che mettono l'accento sui riflessi e sull'abilità. Il che ci porta a Heavy Bullets, un indie della scuderia di Devolver Digital che ha il grandissimo pregio di ricreare lo stesso feeling di Doom: c'è la velocità, c'è l'emozione, ci sono i salti sulla sedia. Il fatto che i meccanismi e lo stile del gioco siano completamente diversi è un dato secondario. La parentela c'è, anche se alla lontana, e il pedigree è di gran lusso.

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Tutto questo bla bla introduttivo mi è servito a posticipare questa frase: “Heavy Bullets è un FPS roguelike, con livelli generati proceduralmente e un sistema che bilancia la permadeath con dei progressi persistenti.” Figata, per carità, ma non posso fare a meno di notare di come anche il mondo dei giochi indipendenti inizi ad avere le sue mode e le sue buzzword. Ma non divaghiamo! Heavy Bullets scaraventa il giocatore in dei diabolici livelli casuali, popolati da una serie di mostri che hanno un pattern di movimento e dei comportamenti ben precisi, che il giocatore può imparare a conoscere e contrastare senza perdere della preziosa vita, una risorsa tanto limitata quanto preziosa. Ogni game over, infatti, equivale a un impietoso permadeath, dopo il quale l'unica opzione è ricominciare da capo in un nuovo mondo procedurale. Il giocatore, però, ha un intrigante modo per contrastare l'inutilità di questo ciclo di vita e morte: le mappe sono disseminate di bancomat, nei quali il giocatore può depositare i soldi guadagnati uccidendo i mostri. Il conto corrente sopravvive al game over, quindi giocando da formichine si accumulano abbastanza soldi da comprare cure e power up per facilitare la discesa nei dungeon, che come da copione si fanno via via più difficili e remunerativi. La morale è semplice: la vita è una foresta di schiaffi, tutto è effimero, le banche non muoiono mai. Un punto in più per il realismo.

Scherzi a parte, il sistema di Heavy Bullets è un'interessante variazione sul tema del permadeath con progressi persistenti, lo stesso che abbiamo visto in giochi come Rogue Legacy e Crypt of the Necrodancer. L'idea di base è la stessa, ma l'esecuzione la rende ancora più emozionante. Se in Doom ci spaventavamo per l'apparizione di un Beholder, qui si vive con il terrore di perdere 150 monete. In pratica, è il concetto di horror ai tempi della crisi.

L'altra particolarità di Heavy Bullets, quella che dà il titolo al gioco, è l'arma del protagonista, un revolver molto particolare. Spara dei proiettili che fanno malissimo, tanto da uccidere con un colpo praticamente tutti i mostri (a patto di colpirli nel punto giusto), ma non ha caricatori o scorte di munizioni. Abbiamo a disposizione solo sei proiettili e se vogliamo continuare a sparare dobbiamo andare riprenderli, come se fossero le frecce di un arco. Questa idea di game design, semplice ma efficace, dona a ogni singola partita un ritmo diverso, creando situazioni che richiedono nervi saldi, riflessi rapidi e un pizzico di strategia. Il tutto si aggiunge a un'estetica low poly e a un look minimale azzeccatissimo, piacevole alla vista e funzionale alla leggibilità dei livelli e dei mostri. Dal mio punto di vista, avere a che fare con un game design così sperimentale ed elegante vale riccamente il prezzo del biglietto. Pur cavalcando alcune mode del mondo indie, Heavy Bullets è originale, veloce e divertente, e lo consiglio con tutto il cuore a chi non ha paura di farsi schiaffeggiare da un cumulo di poligoni che non perdona la minima svista.

Ho giocato a Heavy Bullets con un codice fornito da Devolver Digital. Sono morto più volte di quante ne possa contare e mi sono ricordato di quanto fossi scarso a Doom. Bonus: Heavy Bullets si è rivelato estremamente compatibile con l'ascolto del nuovo disco dei Radiohead, e soprattutto di Syro di Aphex Twin.

Voto: 8,5

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