La killer application si è suicidata

Estate 1999. Soul Calibur. Dreamcast. I newsgroup di allora (perché i forum e i social network erano ancora amebe) in fermento. LA killer application che arriva e spacca la faccia a chiunque criticasse le potenzialità dell'allora nuova console Sega. E poi vabbè: vendite ridicole, la censura americana che ci piazza un bollino vietato ai minori per Ivy (altri tempi, oggi sarebbe 3+) lo stesso Dreamcast che ci lascia le penne, ma sopratutto mai più un'esclusiva così avanti rispetto a tutto quello che si era visto prima. Non Gran Turismo, non Halo, di sicuro non i vari Killzone o Uncharted. Ottimi giochi, per carità, ma niente in confronto all'impatto che ebbe su tutti il primo Soul Calibur.

Che resta probabilmente l'ultima vera killer application vista su console, ovvero il gioco che da solo fa vendere un sistema. Paradossale, in fondo, perché il Dreamcast venne seppellito proprio dalle sue scarse vendite.

Allargando il discorso alle mascotte, si può dire che nell'odierno super-mercato dei videogiochi, differenziato per target e fasce di pubblico, non c'è nemmeno bisogno di una killer application, come non servono più le mascotte. Mario c'è ancora, Sonic pure, ma entrambi timbrano il cartellino quando serve senza creare veri stravolgimenti (più il secondo del primo, indubbiamente).

Però in fondo la killer application "vera" manca a tutti i giocatori anzianotti: un gioco che lo compravi e ti sentivi nel futuro, che chiunque lo vedesse doveva raccogliere la mascella da terra. Altri tempi, forse: al giorno d'oggi metteremmo in pausa per controllare l'aliasing o vedere se la risoluzione è davvero in HD.

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