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In difesa degli altri Jurassic Park

In difesa degli altri Jurassic Park

Trovare qualcuno che abbia voglia di scrivere di Jurassic Park, il primo, è facile. Oddio, relativamente facile, perché comunque significa doversi inventare qualcosa di nuovo da dire su un film di venticinque anni fa e qualcosa di intelligente da raccontare su un pezzo fondamentale della cultura pop. Però, insomma, per quanto ci sia indubbiamente chi non apprezza, non è difficile trovare gente che ami quel film. Coi seguiti diventa meno facile. Magari trovi anche qualcuno che abbia voglia di chiacchierare d’argomenti “collaterali”, prendendo spunto da quei film (ne ho trovati addirittura due, arriveranno), e sicuramente ci metti un attimo a trovare qualcuno che abbia voglia di divertirsi a massacrarli, ma volevo fare qualcosa di diverso. Volevo fare il positivo. Volevo aggrapparmi a ciò che hanno di buono. Insomma, la mia specialità. E infatti eccomi qua, pronto a difendere gli altri Jurassic Park.

Ah, disclaimer: li ho visti tutti e quattro al cinema all’uscita; ho riguardato più volte i primi tre film della serie; non riguardo i primi due film dal 2011, non riguardo il terzo dal 2005; non ho mai rivisto Jurassic World a casa.

Il fratello bistrattato

Dopo il successone artistico e di pubblico della doppietta Jurassic Park/Schindler’s List, girati uno dietro l’altro con l’ansia di dover stare dietro alla postproduzione dei lucertoloni giganti mentre si occupava di campi di concentramento, Steven Spielberg sbrocca e si prende un anno di pausa. Nel frattempo, Michael Chrichton, che fino a quel punto non ha mai scritto un seguito, cede alla pressione dei fan (o al profumo dei soldi, vedete voi) e mette su carta Il mondo perduto, di cui ovviamente vende i diritti prima ancora di fare in tempo a dire «Lo scrivo». Essendo, appunto, Spielberg prima in ritiro spirituale, e poi impegnato con la neonata Dreamworks, sulle prime sembra che se ne occuperà Joe Johnston. Ma poi Stefanino ci ripensa, tira due coppini a Joe e prende in mano la faccenda, pronto a imbarcarsi in un’impresa se possibile ancora più sfiancante, considerando che gira di seguito, con i relativi intrecci di pre e postproduzione, Jurassic Park: Il mondo perduto, Amistad e Salvate il soldato Ryan. Hai detto niente.

In tutto questo, Spielberg sceglie di fottersene quasi completamente del romanzo, conservando praticamente solo l’idea dell’isola gemella e quella della roulotte appesa durante l’attacco dei T-Rex. Per il resto, lui e David Koepp fanno un po’ quello che vogliono. Fanno bene? Fanno male? Beh, il film costa un po’ più del precedente ma incassa sensibilmente meno e la critica si divide abbastanza, quindi, forse, fanno male. Ma, se lo chiedete a me, fanno bene, anche perché sono qui per difenderlo, no? Ebbene, OK, Il mondo perduto si sogna – se non per brevi attimi – il senso di meraviglia fiabesca del primo film, ma d’altra parte neanche prova a inseguirlo e punta altrove. Punta a fare il seguito dopato e a introdurre tematiche un pochino diverse. Da lì nasce per esempio l’idea del cacciatore Roland Tembo, inviato sull’isola per portare via più creature possibile e interpretato alla grandissima da un Pete Postlethwaite che ne tira fuori uno fra i personaggi più cazzuti e riusciti dell’intera serie (altro che quel frolloccone di Chris Pratt).

Il mondo perduto è sicuramente un film più sconclusionato del precedente e che non riesce a colmare fino in fondo il vuoto lasciato dal non potersi più giocare il senso di scoperta. Ha però dalla sua una scrittura dei dialoghi notevole, con personaggi che sparano a raffica battute frizzanti, taglienti, cariche di ironia e umorismo nero, oltretutto messe quasi sembre in bocca a un Jeff Goldblum in formissima. In più, Spielberg, come già nel primo film, mette sul piatto un paio di sequenze horror/action clamorose, su tutte il doppio attacco dei T-Rex, si gioca immagini azzeccatissime, fra la ragnatela di vetro e i raptor nell’erba alta, e piazza in coda quella sequenza delirante con lo sbarco in città, che aveva ideato per un ipotetico terzo film ma, con sapido gesto dell’ombrello, usa qui quando si rende conto che non sarà lui a dirigerlo. Insomma, se lo chiedete a me, Il mondo perduto non ha la forza e l’importanza anche storica della prima volta, ma è un film altrettanto divertente e godibile. Azzardo anche che per certi versi, dagli effetti speciali al tono, sia invecchiato meglio, nonostante sprechi un po’ i raptor e nonostante quella scena tragicomica della bambina che fa le parallele sui tubi (ma che, insomma, alla fin fine rimane lo stesso umorismo bambinesco già visto nel primo film).

La pecora nera

Dicevamo che Spielberg ha in mente l’idea del T-Rex in città per un terzo episodio ma, quando si rende conto che non avrà la forza di dirigerlo lui, se la gioca alla fine del secondo e tanti saluti. Enter Joe Johnston, nel giro di Spielberg e amichetti fin da quando lavorava sugli effetti speciali dei Guerre Stellari e degli Indiana Jones, solido professionista con alle spalle, fra gli altri, Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, Rocketeer e Jumanji e afflitto da rogna per l’occasione persa di dirigere il secondo film. Johnston si trova per le mani una produzione a dir poco scalcagnata, di quelle che vanno sul set senza avere una sceneggiatura completa e finiscono per girare quello che passa il convento, con pagine volanti, riscritture dell’ultimo minuto e altri allegri momenti di simpatia. Lo script, se così si può definire, inventa una storia quasi completamente inedita, limitandosi a recuperare dai due romanzi solo un paio di elementi mai utilizzati prima (lo pteranodonte su tutti), e il film abbandona quasi completamente le tinte horror, giocandosi tutto su un taglio da avventurona per ragazzi.

Ne esce un film ancora più sconclusionato del secondo, decisamente meno sanguinario e cupo e che, ovviamente, con il mestierante Johnston al posto di Spielberg, non può neanche essere nobilitato da momenti di genio alla regia. Soprattutto se ti guardi i tre film a stretto giro di tempo, la caduta verticale in termini di mano fa spavento. Eppure, Jurassic Park III, con quel suo taglio stupidino, con quel suo umorismo quasi slapstick da avanspettacolo, totalmente privo del cinismo di Il mondo perduto, con quel suo ritmo invidiabile, con quelle due o tre gag che davvero funzionano, con quell’idea adorabile del telefonino nella panza che omaggia il coccodrillo di Peter Pan e con quegli effetti speciali davvero clamorosi e invecchiati benissimo, oh, secondo me è rimane una visione più che gradevole. Detto questo, la classica parabola dei franchise si conferma: Jurassic Park III è, nel 2001, il film più costoso e di gran lunga meno remunerativo della serie, che si interrompe per quasi quindici anni.

Il nipotino insopportabile

OK, qui è dove devo difendere Jurassic World. Non ce la faccio.

No, dai, ci provo. Il problema, il problema vero, è che l’ho visto due volte al cinema (non perché ci tenessi particolarmente: la seconda visione fu più che altro un’occasione per provare la sala 4DX a Los Angeles), non l’ho mai più rivisto ed è, purtroppo, un film che non cresce assolutamente nel ricordo. Anzi, peggiora. Peggiora perché, con tutto il rispetto per una pellicola che ha rilanciato con un successo clamoroso un marchio che era fermo da quasi quindici anni, è veramente il trionfo dello spreco. Le intenzioni, volendo, ci sarebbero anche, perché tutto sommato il soggetto recupera in maniera intelligente i temi dei due film di Spielberg e prova ad aggiornarli al mondo moderno, facendo forse anche un ragionamento un po’ “meta” sul fatto che ormai i dinosauri al cinema non ci stupiscono più. Quindi, insomma, qualcosa c’è, anche se poi sono tutti temi buttati lì un po’ alla rinfusa e non particolarmente sviluppati, visto che bisogna lasciare spazio allo spettacolo. Però, ehi, se vuoi guardare il bicchiere pieno, sta lì.

Per il resto, il dramma vero si chiama Colin Trevorrow, uno la cui personalità registica è paragonabile a una pozza d’acqua stagnante, senza manco i passi del T-Rex in lontananza a farla tremare. Di tutta la truppa dei registi giovani presi a dirigere il blockbuster dopo aver firmato un piccolo gioiellino indipendente, è quello il cui piccolo gioiellino indipendente, per quanto simpatico, è di gran lunga il meno gioiellino di tutti. E infatti Jurassic World è un film diretto da un automa senz’anima, la cui personalità si riduce a un piatto ricalcare con la carta carbone quanto fatto da Spielberg e, giusto per dare brio, un infilarci omaggi a Cameron e Hitchcock. Roba che a ‘sto punto si rimpiangono Johnston e il suo taglio quasi demenziale. Poi, per carità, il mestiere e la produzione ci sono, gli effetti speciali – per quanto, in proporzione e in relazione all’epoca, molto meno stordenti rispetto a quelli dei primi tre film – funzionano abbastanza, e gli attori ci mettono il loro, dato che per fortuna non viene chiesto loro di recitare. Altrimenti lo sappiamo, come va, con Chris Pratt. E poi c’è l’effetto cane: il T-Rex è sempre coccolosissimo, l'Indominus rex, con tutta la faccenda della sperimentazione sugli animali, fa onestamente un po' pena e Blue è simpatico.

Ma insomma, eh. Non ce la faccio.

Questo articolo fa parte della Cover Story “Jurassic Outcast”, che potete trovare riassunta a questo indirizzoCome al solito, se acquistate i film segnalati nel pezzo (o qualsiasi altra cosa) su Amazon passando dai seguenti link, una piccola percentuale di quello che spendete andrà a noi, senza alcun sovrapprezzo per voi. Se volete procedere su Amazon Italia dirigetevi qui, se preferite Amazon UK puntate qui.

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