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Il Pedro di spade 8x05: Comunque vada, questa è già fra le migliori stagioni de Il trono di spade

Il Pedro di spade 8x05: Comunque vada, questa è già fra le migliori stagioni de Il trono di spade

Ogni settimana, Natale "Pedro Sombrero" Ciappina ci illumina con le sue elucubrazioni sul nuovo episodio de Il trono di spadeChiaramente, trattandosi di analisi sui singoli episodi, evitate di leggerle se non siete aggiornati con le trasmissioni.

Prima di affrontare qualsiasi questione che riguardi strettamente questo quinto episodio del Trono di Spade, è necessario spendere qualche paragrafo sull’accoglienza che il pubblico di internet sta riservando a questa stagione. Un’accoglienza parecchio negativa, come forse già sa chiunque di voi bazzichi anche di rado su qualunque social media; io, ad esempio, che al massimo frequento YouTube, questi malumori non li avevo intercettati. Qualche dubbio al riguardo ho iniziato ad averlo leggendo la newsletter del Post.it, in cui l’intera redazione dava per scontato che l’ultimo episodio del Trono di Spade fosse piaciuto a tutti; e anch’io ero convinto di ciò. Così mi sono incuriosito e, specie dopo quest’ultimo episodio, che sapevo già sarebbe stato parecchio divisivo, sono andato a zonzo appunto su YouTube, in cerca di qualcosa che testimoniasse questo malessere, trovando fra la roba americana questo, mentre fra quella italiana questo – una scelta pessima, dato che di lì a poco, per colpa del diabolico algoritmo di Google, sono stato invaso da una valanga di contenuti simili, che mi hanno fatto sentire accerchiato, l’unico stronzo sul pianeta ad aver trovato ottima quest’ultima stagione de Il trono di spade.

Ripensandoci, pur senza l’utilizzo di social media, il mio problema in questo caso specifico, un po’ come accaduto alla redazione del Post, è riconducibile alla bolla informativa in cui mi trovo, una camera dell’eco in cui a rimbalzare da una parte all’altra della mia dieta mediatica ci sta aprioristicamente sempre chi la pensa più o meno come me. Una situazione del resto simile a quella di chi, su Facebook, è invaso da post e link di gente che la pensa come lui (ma non preoccupatevi, a giudicare dai vari aggregatori di giudizi, sembra che effettivamente la stagione sia piaciuta a pochi, quindi siete la maggioranza). E infatti, nelle settimane che stanno accompagnando questa ottava stagione, mi sto ritrovando un The Ringer entusiasta, un New York Times positivo, l’Atlantic un po’ freddino e qualche altro, al contrario, più negativo; in generale, pensavo che buona parte delle persone la pensassero all’incirca come me. Mi sbagliavo; a pensarla come me era solo una fetta, seppur cospicua, della critica specializzata. Il pubblico, o quantomeno quello che si esprime a gran voce su internet, non ha gradito su tutta la linea. Non ha apprezzato che a uccidere il Re della Notte sia stata Arya e non Jon Snow (“Cos’è resuscitato a fare, allora?”); non ha apprezzato il voltafaccia di Jaime con Brienne (nonostante l’ambiguità del loro rapporto fosse già stata esemplificata fra la terza e la quarta stagione, dimostrando al contrario quanto sia morbosa la relazione fra i due Lannister); non ha apprezzato il cambio di prospettiva di Daenerys (a dispetto del campionario di rivoluzionari/dittatori presente nel Novecento) e via discorrendo.

Insomma, a non essere stata apprezzata è soprattutto la presunta mancanza di coerenza con quanto visto fare da certi personaggi nel corso degli anni, ed è a tal proposito esemplificativo questo video, che raccoglie le opinioni degli stessi attori protagonisti sul prossimo finale di stagione; chi, meglio di loro, conosce i personaggi a cui loro stessi danno vita? E infatti ci troviamo un Kit Harington, l’attore che interpreta Jon Snow, che descrive come “disappointing” la puntata che chiuderà l’ottava stagione. Eppure, a ben vedere, la coerenza in queste ultime puntate non è affatto mancata: Jaime non è riuscito a scollarsi dal malsano rapporto che lo lega fin dalla nascita a Cersei, Daenerys ha proseguito nel suo canovaccio da rivoluzionaria (di nuovo: l’America Latina offre parecchie analogie al riguardo), Arya è arrivata al culmine di un addestramento iniziato nella prima stagione e terminato a Braavos, mentre Jon ha semplicemente continuato a non sapere nulla. Certo, alcune situazioni sono un po’ tirate per i capelli ma, in generale, Il trono di spade e i suoi personaggi sono rimasti coerenti a se stessi, proseguendo nel proprio percorso evolutivo. Quindi, più che di coerenza, sarebbe meglio parlare di aspettative, e qui veniamo al nodo centrale: la fallibilità dei protagonisti e la mancanza di colpi di scena.

Sull’ultimo aspetto, c’è effettivamente poco da discutere. A parte l’uccisione del Re della Notte da parte di Arya, finora, in questa ottava stagione, di grossi colpi di scena non ce ne sono affatto stati – e anzi, come si può intuire proseguendo nella lettura di questo articolo, si è proseguito su binari facilmente prevedibili, come può esserlo la forza implacabile anche di un solo drago anche a fronte di un esercito di migliaia di soldati. Questa è certamente un’inversione di tendenza rispetto alle prime stagioni della serie; laddove la morte di Ned Stark e le Nozze Rosse gettavano nello sgomento per quanto risultavano imprevedibili, adesso tutto si è evoluto in maniera forse fin troppo coerente. A non mancare, semmai, è stata la fallibilità dei protagonisti, elemento tradizionale della serie, con dei personaggi che spesso dimostrano la propria impotenza nel gestire situazioni più grandi di loro; com’è avvenuto con Ned e Robb Stark in passato, e come è successo con Jon nella scorsa battaglia di Grande Inverno, o ancora adesso con Daenerys ad Approdo del Re; la fallibilità è infatti elemento centrale nel fallimento di ogni politico che si metta in gioco, e in questo, l’ottava stagione del Trono di Spade si è dimostrata estremamente politica.

Highlander aka Claganebowl.

La quarta puntata, quella in cui si poggiano le basi su ciò che avverrà, nonché quella con al momento il voto più basso su IMDb, ne è la prova, e non sorprende neanche troppo: l’aspetto politico di Game of Thrones è sempre stato quello apprezzato soprattutto dalla critica, non dagli spettatori che, non a caso, raramente ricordano gli eventi che hanno portato a un determinato evento, non concentrandosi sulle cause ma solo sugli effetti. Non si spiegherebbe altrimenti perché di Daenerys non venga ricordata, giusto per citarne una, la crocifissione dei centosessantatré Grandi Nobili di Meereen, un episodio incredibilmente iconico. D.B. Weiss e David Benioff, i due showrunner della serie, dopo una settima stagione tesa ad allargare ulteriormente il pubblico de Il trono di spade, hanno quindi deciso per questa inversione di tendenza, subordinando la componente politica (seppur in una declinazione di massa) solo alla spettacolarità che caratterizza ogni episodio di questa stagione conclusiva, tanto da trasformare in villain quella che era invece fino a poco tempo fa una fra le protagoniste con la fanbase più nutrita e rumorosa – ed è questo quello che, più di tutti, ha forse fatto incazzare chi segue la serie fin dal principio. È ancora presto per sbilanciarsi in modo netto al riguardo; è tuttavia certo che, comunque la si pensi, l’ottava stagione del Trono di Spade abbia innalzato ulteriormente il proprio livello generale, offrendo scorci mai visti in una serie TV e momenti in cui l’emozione è talmente vigorosa da trascendere qualunque ragionamento su profezie et similia. Cito quanto scritto da Diego Castelli su Serialminds:

(La stagione ndr) è però clamorosa innanzitutto per i valori produttivi, perché questa volta si sono viste cose, alla piena luce del sole, che in TV semplicemente non avevamo mai visto, e perché gli autori hanno cercato di dare una quadratura a una molteplicità di cerchi che, pur fra qualche difficoltà, sono riusciti a “stare insieme” in un tutto che ha fornito risposte precise a domande precise. Poi, che le risposte piacciano o no è un altro discorso e meriterebbe un articolo a parte, visto che in queste settimane, accanto a giudizi anche aspri ma sinceri e basati su una reazione precisa al qui e ora della serie, abbiamo visto anche troppi pre-giudizi, valutazioni date non sulla base di quanto visto, bensì sulla base di quello che ognuno avrebbe voluto vedere. E se è vero che tutti possono dire la loro come e quanto vogliono, è altrettanto vero che io avrò sempre un occhio di riguardo verso chi è chiamato a scrivere una storia con sul collo il fiato di una rete che, con ogni probabilità, gli ha detto “riusciremo a piacere a tutti, vero?”

Questa quinta puntata, Le campane, ne è la prova. Da quando le fiamme di Daenerys calano sulla flotta di Euron, fino a quando ad Approdo del Re non rimane che un’indistinguibile miscela tra cenere e neve, la puntata riesce a tendere i nervi fino allo sfinimento, ma in modo totalmente differente rispetto a quanto avvenuto nell’ultima battaglia a Grande Inverno. Se contro i non morti si combatteva per sopravvivere, qui si scappa per non morire. La luce e la visibilità fanno la differenza, così come l’ha fatta per Daenerys; muoversi con cognizione e con preavviso, quando hai un drago, può fare la differenza anche contro un esercito nettamente più numeroso. L’abbiamo visto nella scorsa stagione in occasione della quarta puntata, mentre altri forse l’avranno letto ne Il mondo del ghiaccio e del fuoco, in cui viene descritta l’ascesa di Aegon il conquistatore su Westeros sì con un migliaio di uomini, ma con ben tre draghi al proprio fianco. Non c’è dunque nulla da stupirsi nella facilità con cui Drogon si sbarazza della flotta di Euron, come allo stesso modo non sorprende che un attacco, finalmente programmato e preventivo, possa mettere in scacco chi, come Cersei, si trova su un piano inclinato da ormai diverse stagioni. Anche un solo drago può fare la differenza, è questa la spietata realpolitik, tradizionalmente martiniana, di fronte alla quale veniamo messi.

Cenere o neve? A prescindere da ciò, l’inverno è arrivato per davvero.

Il vero snodo arriva però al momento del suono delle campane, con tutto quello che ne consegue. Perché Daenerys ha ignorato la resa di chi, in fin dei conti, non si è mai dichiarato suo nemico? Sarebbe fin troppo riduttivo pensare che lo sterminio di Approdo del Re sia unicamente imputabile alla sua instabilità mentale, che pure avrà influito. Nella scorsa stagione, Olenna Tyrell, in un intimo colloquio con la Targaryen, pronunciò queste parole: “Accetta un consiglio da parte di una vecchia signora: il tuo primo cavaliere è astuto. Ho conosciuto molti uomini astuti e sono sopravvissuta a loro. Sai perché? Li ho ignorati. I lord del continente occidentale sono pecore. Sei una pecora? No, sei un drago. Sii un drago”. Ripensando alle richieste di Tyrion sullo stop agli attacchi in seguito all’eventuale suono delle campane in segno di resa, le parole di Olenna suonano come una profezia che prende corpo e fiamme nelle azioni e nei pensieri di Daenerys, ormai rassegnata: a Westeros, come conferma a Jon in questo stesso episodio, lei è un’estranea; le grandi case che la supportavano (Martell e Tyrell) non ci sono più e l’avrebbero comunque sostenuta solo per motivi di vendette personali ai danni dei Lannister; i suoi più cari amici sono morti di recente; nessuno, a Westeros, la potrà amare, quindi tanto vale dare l’opportunità di redenzione alla prossima generazione. Se vogliamo, è un discorso simile a quello fatto da Thanos in Avengers: ucciderne la metà per sopravvivere tutti; per Daenerys, invece, è ucciderli (quasi) tutti per sopravvivere in pace, per sempre.

Uno dei più grossi interrogativi riguarda a questo punto le intenzioni di Jon, che, dopo aver visto con i propri occhi quanto in là possa spingersi la spietatezza della propria regina, sembra aver avuto un rigurgito di coscienza. Certo, forse un po’ tardivo, dovuto probabilmente anche alle oggettive responsabilità che egli stesso ha su un massacro che cerca vanamente di limitare. Se avesse mantenuto la parola data a Daenerys, tenendo la bocca chiusa sulle proprie origini, Sansa non l’avrebbe mai detto a Tyrion e Varys non avrebbe complottato per far cadere la propria regina, non alimentando così le paranoie di quest’ultima. Alla luce di ciò, la serie sembra essersi infilata in una via strettissima, da cui si fatica a vederne l’uscita. La vera risolutrice potrebbe essere, anche in questo caso, Arya, protagonista in questo episodio di uno fra i migliori momenti della stagione – è infatti attraverso i suoi respiri affannati, il suo volto ricoperto di cenere, che lo spettatore percepisce quanto nauseante sia il massacro a cui si sta assistendo, un massacro in cui a subire non sono tanto i soldati, quanto i poveri, quelli che hanno concretamente patito inermi la furia cieca di Daenerys. Sarebbe però, questa volta sì, un colpo di scena fin troppo telefonato. Con che mezzi ci si può opporre, concretamente, a Daenerys? Di nuovo: nel Continente, chiunque abbia mai avuto un drago ha sempre obbligato gli avversari da una posizione di svantaggio irrecuperabile. I conti si fanno alla fine.

Appunti sparsi:

  • La morte di Cersei è stata reputata dai più deludente e non all’altezza del personaggio. Non sono d’accordo e, anzi, credo che farla morire in quel modo, e insieme alla persona con cui ha condiviso lo stesso ventre materno, sia stata la scelta migliore per quello che è il personaggio femminile più sfaccettato dell’intera serie TV. Del resto, con tre figli morti, una storia d’amore (peraltro la più longeva di tutto Il trono di spade) condannata alla clandestinità, e l’umiliazione subita nella Camminata della Vergogna, chiedere altro nei suoi confronti sarebbe stato ingeneroso. Piuttosto, si potrebbe rimproverare agli sceneggiatori il ruolo che le hanno riservato lungo l’intera stagione: perennemente in attesa sul balcone, con un bicchiere di vino in mano a osservare un finale inevitabile.

  • Più che chiedersi a chi fossero indirizzati quei messaggi (lo si verrà a scoprire con ogni probabilità nella prossima puntata), il dettaglio che più incuriosisce di Varys e della sua morte è il perché si sia tolto gli anelli prima di morire. Davvero, perché?

  • Un passaggio di testimone, quello fra padre e figlia Targaryen, che si concretizza con le fiamme verdi dell’Altofuoco ancora stipato nei sotterranei che, in prossimità della conclusione, iniziano a propagarsi lungo Approdo del Re.

  • Ma tutti questi dothraki da dove sono spuntati fuori? Non si erano praticamente estinti dopo la Battaglia a Grande Inverno?

  • A questo punto, l’aspettativa più gravosa è quella su chi siederà alla fine della serie sul trono di spade. La risposta più ovvia sarebbe Jon, quindi non sarà assolutamente lui. Almeno in teoria. Nel mentre, in giro salgono le quotazioni di Bran, anche se mi pare improbabile. Ma forse, proprio per quanto riguarda Bran, potrebbe ricicciare la conversazione che quest’ultimo ebbe con Tyrion nella seconda puntata.

  • Il Cleganebowl c’è finalmente stato e non ha affatto deluso, risultando uno fra i momenti migliori della puntata. La conclusione, poi, è da applausi.

  • Ma quindi, adesso, che succede con Bronn? Era riuscito a strappare ben due accordi con entrambe le fazioni, sia con Cersei che con Tyrion, mettendosi quindi nella situazione ideale, a prescindere dallo scenario finale. Ora, però, con Tyrion in pratica condannato a morte dopo aver liberato Jaime (e anche se dovesse scamparla, non avrebbe più il potere contrattuale per potergli assegnare quell’Alto Giardino che prima gli aveva promesso), si ritrova con un pugno di mosche fra le mani. Ecco, questa è una di quelle cose che, con ogni probabilità, potrebbero rimanere irrisolte anche dopo la puntata finale. Insieme a che fine abbiano fatto gli elefanti :(

Approfondimenti:

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a Il trono di spade e al fantasy lercio, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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