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Il prigioniero, capolavoro post-moderno che fece impazzire e incazzare l'Inghilterra

Il prigioniero, capolavoro post-moderno che fece impazzire e incazzare l'Inghilterra

“Io non sono un numero, sono un uomo libero!”

Così inizia The Prisoner degli Iron Maiden, con un estratto della sigla dell’omonima serie inglese di fine anni Sessanta, da noi conosciuta come Il prigioniero (niente buffi adattamenti). Il telefilm conta solo 17 episodi di circa un’ora, un’unica stagione andata in onda dal 29 settembre 1967 al 1 febbraio 1968, ed è stato ideato da Patrick McGoohan, l’attore che interpreta anche il ruolo di protagonista, e dal giornalista George Markstein, anche scrittore di thriller.

La sigla sopracitata, come spesso accade nelle produzioni di quegli anni, funge da prologo per l’intera serie, mostrandoci McGoohan alla guida della leggendaria Lotus Seven Series II. Questi si dirige in un misterioso ufficio di Londra e dà le dimissioni da quello che sembra un lavoro molto importante di stampo spionistico. Tornato a casa, si affretta a fare i bagagli diretto verso quella che sembra una lontana isola tropicale, quando un uomo in nero alla sua porta rilascia del gas nell’appartamento del protagonista, che sviene e si risveglia su un’isola misteriosa. Seguono svariate inquadrature di McGoohan che girovaga per il posto, alternate coi dialoghi col misterioso Numero 2, che chiede informazioni al protagonista, dicendo che lui è il Numero 6. Ma egli appunto urla che non è un numero, ma un uomo libero.

Libero ma non troppo. L’isola è una vera e propria prigione, con un piccolo villaggio abitato da altri “numeri”, tutti ex agenti governativi, spie, politici, con segreti nascosti che il misterioso Numero 2 vuole scoprire. Questi governa l’isola, aiutato da strambi sistemi di sicurezza, su tutti è bene ricordare le sfere bianche, i cosiddetti Rover. Sono una sorta di enormi palle mollicce (di fatto dei palloncini giganti) che rimbalzano inseguendo i fuggitivi, immobilizzandoli e inglobandoli al tocco. Questi ultimi ovviamente svengono, per poi risvegliarsi di nuovo nelle loro abitazioni. La vita per chi non tenta la fuga è molto tranquilla, basta seguire le regole, in quella che è una minuscola civiltà perfetta. Ma McGoohan non ci sta . Il prigioniero, infatti, racconta di come il Numero 6 tenti di fuggire dall’isola continuamente, senza mai voler rivelare le informazioni segrete che porta con sé. Mai viene rivelato quale fosse il suo effettivo lavoro, e mai se effettivamente abbia qualcosa da nascondere.

Il Villaggio. Ombrelli colorati, bicicli di varia natura. Un luogo surreale, dove non si sa chi sia un attore, chi un vero prigioniero.

La serie non ha una vera continuità narrativa: tranne il primo e l’ultimo episodio, gli altri possono essere guardati in ordine sparso. Furono prodotti con un ordine differente da quello di messa in onda, come spesso capita con le serie senza una forte trama orizzontale, ma negli anni si è cercato di dare una sequenza ponderata agli episodi, basandosi su una serie di dettagli, come la conoscenza sempre maggiore dell’isola da parte del Numero 6.

Gli episodi raccontano a volte un tentativo di fughe, altre volte pura manipolazione da parte dei reclusori, altre volte di come il protagonista partecipi alla vita del villaggio (comprese le elezioni di un capo), cercando di destabilizzare la perfezione di quella mini-società dall’interno, anche cercando di far rivoltare tutti gli abitanti.

Numero 6 al cospetto del Numero 2. Il Numero 2 cambia quasi in ogni puntata. Se fallisce nell’estorcere informazioni dal Numero 6, viene fatto sparire dal Numero 1 e non si sa cosa gli succeda.

Tutto Il prigioniero vive di suggestioni, con un look postmoderno e dalle influenze pesantemente orwelliane, con telecamere e microspie che tengono sotto controllo tutta l’isola e il protagonista ventiquattr’ore su ventiquattro. Una grande riflessione sulla società moderna, sulle apparenze che nascondono la verità, sui media e il controllo delle informazioni. Un thriller psicologico spesso un po’ camp, con sequenze da trip allucinogeno che inquadrano perfettamente gli anni in cui è stato prodotto.

E negli anni ha ispirato una serie infinita di parodie, oltre ad aver lasciato il segno nel genere thriller (o nella fantascienza, anche). La regia è ispiratissima e grazie a una serie di escamotage non mancano nemmeno le puntate in costume (una a tema western è fuori di testa), perché i misteriosi carcerieri le provano tutte, per far impazzire il Numero 6 e scoprire i suoi segreti. Una specie di partita a scacchi in cui l’intelligenza del protagonista mette e a dura prova i tentativi continui di estorsione e di revisione, visto che è sempre a un passo dal riuscire a fuggire. Ma se anche le fughe fossero pilotate dal Numero 2? Il prigioniero ci fa dubitare di qualsiasi cosa. E famosissimo è anche il suo delirante finale, che svela anche l’identità del Numero 1, da sempre a capo del Numero 2 ma mai mostrato. Una puntata che non racconto per chi non ne sapesse nulla, ma che è un tripudio di immagini allegoriche, talmente criptica che fece imbestialire il pubblico di mezza Inghilterra, costringendo persino McGoohan a rifugiarsi per settimane in una sua abitazione sperduta nelle montagne. E non c’era ancora Internet, figuratevi. Ah, c’è un remake targato 2009 della serie. Non è cosa.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata all’escapismo, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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