Hell Yeah! manda tutto all'inferno

Poco dopo aver ereditato dal defunto padre la guida del regno degli Inferi, il principe Ash, scheletrico coniglio infernale, rischia di veder annullata la propria autorità a causa di alcune foto che lo ritraggono mentre fa il bagno nudo con la sua paperella di gomma preferita. Ovviamente Ash non è il genere di reale che fa causa ai fotografi, mettendo di mezzo avvocati e quella brutta gente... preferisce risolvere le cose personalmente, facendo fuori il paparazzo. E i cento mostri che hanno visto le foto. Accompagnati da tutte le vittime collaterali del caso. È con queste folli premesse che comincia Hell Yeah! Wrath of the Dead Rabbit, un action-platformer assolutamente cazzaro, casinaro e riempito di chicche metareferenziali assolutamente gustose, che ha il merito di voler svecchiare il suo genere, riuscendo ad intraprendere la strada giusta per diventare memorabile. Il problema è che Hell Yeah!, purtroppo, si perde presto lungo il cammino, trovando sì tanti elementi gustosi e funzionali, di cui però finisce per abusare.

Il gameplay è semplice ma efficace: durante il viaggio alla ricerca delle foto incriminate, Ash entra in possesso di una gigantesta sega circolare, con cui andare in giro a persuadere gli abitanti degli inferi a dargli quello che cerca. E quando segare in due avversari ed ostacoli non si rivela sufficiente, ci pensa la moltitudine di armi equipaggiabile ad impensierire i cento mostri e gli innumerevoli avversari che incontreremo lungo i livelli stile metroidvania. I cento mostri principali, una volta azzerata la loro barra d'energia, ci mettono di fronte a dei minigiochi che sembrano saltati fuori da un Wario Ware a caso, chiedendoci di muovere lo stick o di premere freneticamente i tasti del pad per completare con successo una prova, che può essere davvero qualunque cosa, dal parcheggiare un tir sulla faccia dell'avversario a far saltare una pannocchia su un trampolino, per far finire la non-vita del demone che stiamo affrontando con una finisher più violenta e tragicomica della precedente.

Con il proseguire del gioco, i mostri smetteranno di essere un mero ostacolo materiale e richiederanno un po' di tattica, un'arma diversa o addirittura la soluzione di un puzzle per essere spazzati via dal nostro cammino. Alcuni addirittura saranno completamente inaccessibili, tanto da dover ricorrere ad astute scelte di gameplay o a dei travestimenti, ottenibili attraverso il fornitissimo negozio degli inferi, affinché vadano ad aumentare il numero di tacche sulle porte ancora bloccate. Insomma, come dicevo, Hell Yeah! sa esattamente come innovare e si diverte nel farlo, sfruttando un po' di pensiero trasversale e rompendo le regole.

Il problema, piuttosto grosso, è che spesso alcune regole vengono aggirate per danneggiare il giocatore. Infatti, sebbene quasi tutti i cento mostri siano pratiche di cui disfarsi velocemente, tanti sono stati resi veramente fastidiosi e difficili da abbattere. Alcuni possono sparare attraverso i muri, molti possono addirittura attraversarli mentre lo fanno. Ci sono anche mostri che ci sparano addosso un numero infinito di oggetti contundenti di vario genere, tanti da riempire quasi lo schermo e colpirci di striscio anche quando chi li manda non è nell'inquadratura, mentre a parti invertite non è possibile fare lo stesso. Aggiungeteci dei controlli non propriamente precisi nelle fasi più concitate e checkpoint che sembrano essere messi in funzione di far perdere tempo e il risultato, almeno le prime volte, sarà un po' di frustrazione.

Come dicevo all'inzio, però, è un altro il vero difetto che non mi ha fatto apprezzare appieno il gioco di Arkedo. Sebbene i limiti menzionati sopra vengano in parte compensati dall'ottimo stile grafico e dalla varietà e brillantezza del design, quel che salta all'occhio di Hell Yeah! è la continua riproposizione dei suoi buoni momenti. Il puzzle, la battuta, il minigioco che la prima volta lasciano genuinamente stupiti e divertiti per la loro freschezza, verso la fine del gioco risulteranno stantii e faranno maledire ancora una volta la disposizione dei checkpoint, che costringono a sorbirsi più volte lo stesso discorso dei boss qualora si muoia nel tentativo di toglierli di mezzo. Anche le finisher, che subito hanno quel fascino un po' Happy Tree Friends di stupidissima ultraviolenza cartoonesca, all'ennesima ripetizione finiscono per far rimpiangere l'assenza di un tasto che permetta di saltarle.

Ed è un vero peccato, perché Hell Yeah! Wrath of the Dead Rabbit è davvero un buon gioco, bello da vedere, con i suoi livelli ricchi di particolari tanto da sembrare usciti fuori dagli esponenti di genere anni '90 e i suoi mostri, colorati e assolutamente perfetti nei loro contesti e caratterizzati con lo stile magnifico degli anni che furono. Ma purtroppo, dopo un primo, forte, fragoroso apprezzamento, l'effetto visivo viene fisiologicamente meno, soppiantato dalle magagne di gameplay e dalla ripetitività dei momenti migliori che, alla fine, sembrano venire fuori solo per farci rimpiangere il capolavoro imprescindibile che sarebbe potuto nascere con un pizzico di cura in più.

Ho giocato a Hell Yeah! Wrath of the Dead Rabbit su PlayStation 3, sottraendo 12,99 € al mio portafoglio PSN e, per quanto lo consigli caldamente a chiunque abbia sottoscritto PlayStation Plus (il gioco è gratis per gli abbonati), non me la sento di fare altrettanto con chi, come me, spenderebbe dei soldi aspettandosi una pietra miliare. Le innovazioni ci sono, ma, a meno che non soffriate di Alzheimer, dopo le prime due o tre riproposizioni rimarrete delusi anche voi e faticherete a trovare le motivazioni per arrivare alla fine.

Voto: 6,5

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