FC Barcelona: Do the right thing

Non potrò mai essere un tifoso del FC Barcelona, è bene chiarirlo fin dalla prima riga. Quella notte di Berna è distante, è vero, ma il ricordo brucia ancora. E quell'altra notte, a Londra, sugli spalti del vecchio e glorioso Wembley, rappresenta una ferita ancora aperta, tant'è che non sono ancora riuscito, a vent'anni di distanza, a riguardare quella partita. Quel pallonetto appena fuori che - causa prospettiva - a me sembrò dentro per qualche istante in più rispetto al resto dello stadio. Quella bomba su una punizione (ma c'era?) che va a insaccarsi laggiù, nella porta più distante. Il volo inutile di Pagliuca, la rete che si gonfia, quell'attimo di silenzio che mi parve infinito, prima che il boato dei tifosi del Barça mi investisse. Rivivo tutto ancora oggi, in un ricordo innaturalmente rallentato, in una sorta di moviola del dolore sportivo. No, queste sono cose che non si possono dimenticare, è ovvio, oltre al fatto che secondo me per essere "tifoso" devi vivere il quotidiano di una squadra e della sua città/regione di appartenenza. Ciò non toglie, però, che per il Barcellona di oggi (e degli ultimi anni) io possa provare comunque simpatia e una sconfinata ammirazione. Ho avuto il privilegio di poter assistere nei giorni scorsi a una partita al Camp Nou e, soprattutto, di accedere alla Cuitat Esportiva Joan Gamper per osservare un allenamento di questa splendida macchina da calcio. Due occasioni imperdibili per cercare di capire, da appassionato di calcio viscerale, come sia possibile costruire un'orchestra calcistica così perfetta.

Si dice sempre, tanto che ormai è un concetto abusato, che il calcio in televisione è "un'altra cosa": ne sono sempre stato convinto, soprattutto considerando che ho sempre amato andare allo stadio, e che quando guardo una partita dal vivo mi scopro a viverla e apprezzarla in modo completamente diverso. Se, complice la regia della produzione, in televisione sono portato a focalizzare l'attenzione sul portatore di palla, allo stadio la palla è l'ultima cosa che guardo. Resta nella coda dell'occhio, perché mi interessa molto di più quello che succede altrove.

La bellezza del calcio, al di là dell'abilità tecnica del singolo, secondo me sta tutta qui: nell'ampiezza del terreno di gioco, in quella perfetta proporzione tra numero di calciatori e spazio disponibile, e di conseguenza nei movimenti di questi singoli atleti in relazione agli scopi della squadra. Lo spazio e il tempo, il primo "dentro cui muoversi" e il secondo come metronomo ultimo e indiscutibile della scienza calcistica applicata.

Il Barça è tutto questo, portato all'ennesima potenza. E hai voglia a cercare di capire come sia possibile, che giochino contro il Getafe nella Liga o contro il Milan in Champions League, che giocatori della pericolosità di Messi, Iniesta, Xavi possano ricevere una palla pulita sulla trequarti avversaria e avere spazio davanti a sé e tempo per giocarla. È incomprensibile, se non si osservano i movimenti corali della squadra, semplicemente perfetti, e quelli dell'avversario.

I primi, in realtà, sono difficili da cogliere anche se ci provi, a fare poca attenzione alla palla. Perché quando questa viene trattata in quel modo, beh, non puoi che ammirare rapito. I tocchi di Iniesta e Xavi potrebbero deliziarmi per ore, potrei guardarli un giorno intero anche se fossero su un campo, da soli, a palleggiare. Ed è proprio qui, forse, che si compie la grande illusione. Come un grande prestigiatore corale, il Barça ti distrae con il trucco, mentre al di fuori del tuo cono d'attenzione succedono altre cose. Le cose che, alla fine, ti stupiscono e, se sei un avversario, ti puniscono.

Guardare Barcellona-Getafe dal punto di vista della squadra ospite è stato come assistere allo spot del terrore calcistico. Una difesa bassissima, linee compatte arroccate in difesa, la "quattro" dietro stretta stretta per il timore di lasciare spazio ai triangoli in profondità di quei fenomenali funamboli del pallone. Un timore che, di conseguenza, lasciava sempre completamente liberi Pedro e Cuenca sugli esterni, a cui si aggiungeva un Puyol che praticamente giocava da ala in fase di possesso (e concedeva nulla in fase difensiva, un gigante).

In realtà, guardando e riguardando, studiando e ristudiando, quello che colpisce del Barcellona-squadra è che sembra applicare con pervicace costanza concetti calcistici abbastanza basilari. La palla a terra, mossa costantemente. L'uno-due, fatto e ripetuto: lo spot del "dai e vai". Il cambio di gioco, rapido e preciso, per ribaltare l'azione. Sempre più di una soluzione per il portatore di palla, oltre a quella ovvia: il dribbling, da usare solo quando serve. Insomma, le cose giuste. Passaggio e movimento, lo spazio attaccato con i tempi giusti e la palla come premio: riceverla è la prova ultima e definitiva della bontà di quello che si è svolto in sua assenza.

Il Barça è la prova che un passaggio riuscito è merito non solo del portatore di palla, ma anche di chi si muove per riceverlo. E quando poi a toccarla, quella palla, sono quei piedi, beh... fare la cosa giusta è tecnicamente più semplice. Tecnicamente, perché prima ci vuole la testa, una testa totalmente rivolta al gioco, una testa che non pensa mai alla giocata "per sé", ma che cerca sempre e comunque il modo più giusto per portare la squadra vicino alla porta avversaria.

Insomma, a guardare il Barça dal vivo, si ha l'impressione che il calcio sia davvero un gioco semplice. A giocarci contro, probabilmente no.

Ringrazio Luca e Claudio per l'opportunità e Manuel per la squisita ospitalità.

http://youtu.be/0adSRxzgbOg

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