Outcazzari

The Evil Within: tutto il male che vuoi

La paura scivola attraverso le impalpabili linee tracciate dall'oscurità, strisciando dallo schermo e arrivando inesorabile fino a noi. La mano trema, mentre indugia piano sul grilletto della pistola. Coperti dalle ombre, in una nebbia fumosa e malsana, contiamo ossessivi il numero di proiettili, la manciata di cerini e il paio di arpioni rimasti nel nostro striminzito inventario. Troppo poco per soverchiare le mostruose deformità che si trascinano nel buio, pronte a piombarci addosso al primo passo falso. Eppure, proprio questa insaziabile sete di morte rappresenta l'arma più letale a nostra disposizione. In una sorta di perversa arte marziale, possiamo convogliare la furia dei nemici contro loro stessi. Per quanto numerose e aggressive, le mostruosità partorite da Shinji Mikami non avranno mai ciò che abbiamo noi. L'arma definitiva: l'intelligenza. Un vero macello...

The Evil Whitin era atteso con grandi aspettative da una nutrita fetta di utenza, irrimediabilmente delusa dalla svolta action e smargiassa presa da Resident Evil. Ma non solo: in generale, l'intero sotto-genere horror pativa e patisce tutt'ora una latitanza d'atmosfera, sacrificata sull'altare della carneficina a tutti i costi. Il gioco diretto da Shinji Mikami vorrebbe ribaltare questa tendenza, tracciando una linea ludica votata alla sopravvivenza affannosa e stentata. The Evil Within, quindi, non è stato realizzato pensando alla paura dei suoi fruitori. Non completamente, almeno. L'utente che desiderasse una visione didascalica dell'horror (con i telefonatissimi salti dalla sedia, ad esempio) potrebbe rimanere assai deluso dal gioco di Tango Gameworks. Mikami ha infatti optato per un transfert mediatico, una paura filtrata attraverso l'esperienza ludica per arrivare lentamente fino al videogiocatore. Il timore di non farcela è palpabile in ogni momento, complici gli straordinari level e game design, sempre pronti a tenerci sulla corda. The Evil Within è un survival duro e puro, una lotta per la vita intrisa di sangue e game over, ma proprio per questo, enormemente appagante.

Monster design d'alta scuola.

Il processo d'immedesimazione è inesorabile e presto ci sentiremo avvolti dall'oscurità. La tensione che ne consegue non è forse parificabile all'inquietudine dei primi Silent Hill, tuttavia The Evil Within possiede un registro narrativo e strutturale d'immane solidità, capace di raccontarsi in maniera feroce e impietosa. Il primo fraintendimento meta-ludico (parolone usato senza volontà d'ingolfamento lessicale) viene dal sistema di controllo. Del tutto simile a quanto visto in Shadows of the Damned, rappresenta un'evoluzione di quello usato in Resident Evil 4: croce direzionale per la selezione veloce delle armi e possibilità di muoversi e sparare contemporaneamente. Viene spontaneo, quindi, cominciare a gettarsi contro il nemico con incosciente naturalezza, anche se il gioco ci suggerisce diversamente. The Evil Within è più accomunabile a The Last of Us come struttura di gioco, rispetto a un Resident Evil odierno. È votato alle uccisioni stealth, alla pianificazione degli assalti e all'attento razionamento delle munizioni. Differentemente da quanto avviene nel gioco Naughty Dog, tuttavia, non avremo mai un arsenale degno di tal nome. A dispetto di quanto raccolto nell'arco dell'avventura, ogni singola risorsa è pensata come il minimo indispensabile per proseguire, e soprattutto per spingere il giocatore al ragionamento laterale.

Bisogna avere la mente aperta.

Le azioni evasive diventano l'arma maestra - come accennato in apertura - e lo stesso gioco è prodigo di consigli a riguardo. Ci si acquatta tra i cespugli per sorprendere i nemici minori e si sfruttano le trappole ambientali, da disinnescare per ricavarne parti riciclabili, o da usare per attrarre e far esplodere le mostruosità più curiose. Anche il fuoco ricopre un ruolo importante nell'economia di gioco. L'uso di cerini sui cadaveri, evidente richiamo ai Crimson Head di Resident Evil Rebirth, scongiura l'eventuale risveglio dei mostri, ma soprattutto, incentiva i falò di massa. Questi si attivano quando due o più nemici (anche non tramortiti) vengono lambiti dalle fiamme, stramazzando al suolo in una veloce danza agonizzante. Quanto scritto è solo uno degli espedienti per risparmiare proiettili. Non mancano colpi alle gambe per far inciampare i nemici che corrono, oppure accecamenti collettivi, con conseguenti coltellate letali. A tal proposito, i potenziamenti effettuabili in sede di salvataggio (e mai sede fu più terrificante e suggestiva) sono un altro amo, cui è facile abboccare.

Spendete le vostre preziose boccette di liquido verde per aumentare la potenza delle armi e vi ritroverete a dover rinunciare alle già scarse munizioni sparse in giro. La progressione del nostro Sebastian deve passare prima per un inventario più capiente, una capacità di scatto più duratura e altre abilità orientate al nascondersi. Solo in seguito, ma mai completamente, si può pensare a rafforzare qualche arma. The Evil Within ci porta in ambientazioni sempre diverse, palesando un lavoro titanico, in tal senso. Nemici costantemente nuovi, boss memorabili nelle loro estenuanti capacità combattive, scenari che alternano luoghi mediamente vasti ad altri cupamente claustrofobici. Il tutto sempre caratterizzato da un design di altissimo livello artistico e concettuale. Le uniche magagne, oltre a una certa goffaggine del protagonista, vengono dalla realizzazione tecnica.

Scelta cromatica sopraffina, si diceva.

Due luttuose bande nere ricoprono lo scenario con ostentate velleità cinematografiche, finendo solo per ostruire eccessivamente la visuale del giocatore. Per fortuna la scelta non penalizza l’atmosfera, anzi: l’oppressione ludica ben si sposa con la scelta di Mikami. Peccato per le numerose incertezze tecniche, ancora più imperdonabili vista la minor quantità poligonale presente su schermo. Le texture caricate eternamente in ritardo e i singhiozzi del frame rate sono inspiegabili su PS4 e Xbox One, differentemente dalle “vecchie” console, dove la resa complessiva risulta più che buona. Per fortuna, la già citata direzione artistica fa molto più che salvare il salvabile. Distinguendosi per una straordinaria fotografia, un’ispiratissima scelta cromatica e degli effetti particellari eccellenti, The Evil Within mostra un’impronta autoriale sorprendente. Il design dei nemici colpisce per varietà e conformazione; ogni singolo anfratto è pensato per incutere timore o raccapriccio e gli effetti di luce multipli, benché affatichino il motore grafico, restituiscono una visione d’insieme davvero eccezionale. Il lavoro dietro tali scelte appare minuzioso, così come la coerenza e la bontà del design, solo a volte vittima di qualche scelta infelice, e sempre pronto a offrire grossi spunti di intrigante e intransigente giocabilità.

Un bagno di sangue.

Per onor di spoiler non mi pronuncerò affatto sulla trama. Pur solleticando un certo tipo di atmosfere "silenthilliane", The Evil Within rigetta i cliché degli ultimi episodi Konami, ottusamente ancorati ad alcuni assiomi sui protagonisti e il significato simbolico della cittadina. A tal proposito mi hanno fatto sorridere i dubbi sollevati in alcuni forum stranieri. In assenza del solito spiegone, molti utenti hanno paventato una "scarsa sceneggiatura". Alla luce di quanto giocato, queste considerazioni mettono ancora più in risalto l'atrofia di certi atteggiamenti. The Evil Within va capito, sviscerato (!) e interpretato, ben consci che - pur senza qualche pezzo - un puzzle può comunque restituirci un'immagine decifrabile. E questo semplicemente giocandolo nella sua interezza. Nulla pare mozzato per fare spazio ai DLC, che anzi guardo con sospetto, nel timore che snocciolino spiegazioni fin troppo dettagliate. L'opera di Shinji Mikami è un animale imperfetto, una bestia che va domata ma che rappresenta senza dubbio un altissima scuola di game design. Spigoloso, febbrile, a volte persino impacciato: eppure, con tutti i suoi difetti, il gioco rimane solido, capace di stordire, scuotere e trascinare, catturando l'utente in una spirale da cui è impossibile staccarsi.

Pur zoppicante nella tecnica, The Evil Within alza orgogliosamente l'asticella della difficoltà, cozzando col necrotico immobilismo tipico dei giochi odierni. Il diamante risulta grezzo, ma possiede una visione d'insieme lucida e potente, in cui il valore autoriale dell'opera può risultare a tratti intellegibile, ma proprio per questo, ancor più affascinante. Un gioco d'altri tempi e un raro esempio di giocabilità nuda e impudica, che invece di "coprirsi", ci costringe a subirne l'ostentata sfrontatezza, dettando le sue regole, come solo i veri capolavori sanno fare.

Ho acquistato The Evil Within un giorno prima dell'uscita ufficiale, causa rottura parziale del Day One. Ho terminato il gioco in 29 ore e 198 morti (più o meno, dovrei ripescare il salvataggio, ma siamo lì). Ho esplorato con lentezza bradipa ogni livello, gettandomi in pasto agli scenari per pianificare poi con più attenzione le invettive contro i nemici. Ora sono al quinto capitolo della "nuova partita +", ben lungi dall'idea di abbandonare.

Voto: 9

Tanto casino, pochi giochi, troppa Games Week 2014

Un altro remake di Resident Evil 2, perché sì