Esco da Daylight e non provo nessuna paura

Colpita dalla canicola, in una rovente estate del terzo millennio, la giovane e avvenente Jessica Chobot perde la brocca, iniziare a dare i numeri e, convinta di riceverne refrigerio, scambia una console portatile per un Calippo, leccandola lussuriosamente. Il momento viene immortalato da un prode sconosciuto che, novello Schicchi, ne intravede un potenziale, alla fine inespresso. La foto, immediatamente condivisa sulla rete, rimbalza da un server all'altro, scatenando un afflusso di sangue nella zona lombare di chi, nella sua intimità, si ispira alla figura di Onan. E se sperate di rivedere quello scatto qui, fra gentiluomini quali siamo, vi sbagliate di grosso. Jessica Chobot, in una foto del 2085

Jessica, in piena e ipocrita emancipazione, strappa un contratto a una famosa testata online, imbrattandone così le pagine, fino al momento in cui il mondo dell'editoria comincia a starle stretto. “Sono ingrassata?”, chiede al povero compagno, il quale, un po' come tutti, evita di risponderle. Lei, a prescindere, sbotta, si inalbera e decide di saltare qualche pasto, tanto per gradire. A suon di balzelloni, approda dall'altra parte della barricata e viene coinvolta, fra le altre cose, nel processo creativo di Daylight, nel ruolo di sceneggiatrice. La sua prova è un ricettacolo di noia, mediocrità e totale incompetenza.

Daylight è un caso di pubblicità ingannevole: l'avventura si svolge nell'oscurità più cupa e non v'è traccia di un'alba, nemmeno della Parietti, altro fenomeno parastatale erto sulla sola bellezza. Galeotto, ai tempi del tubo catodico, fu lo sgabello di Galagoal. Digressioni a parte, il gioco è un horror psicologico che, correndo sempre fra lo scontato e il risaputo, passa senza soluzione di continuità dai bassifondi di un'ospedale psichiatrico, struttura abbandonata all'incuria, ai mefitici liquami di un acquedotto, anch'esso fatiscente. Risvegliatasi in quest'incubo, la povera Sarah, tormentata dalle voci dei trapassati, prova a sfuggire al castigo, procedendo a tentoni nel teatro del dolore. Zombie Studios, svogliatamente e senza alcun estro, si inserisce nella scia di Outlast, ma, dopo qualche centinaio di metri, deraglia dai binari e si accartoccia in un groviglio di lamiere.

http://www.youtube.com/watch?v=1lnN65-sVQA

Daylight ha una struttura ellittica, in cui le medesime azioni vengono ripetute allo sfinimento, fino al momento in cui il ciclo non ricomincia dal principio. L'obiettivo comune è quello di collezionare una serie di oggetti, sparsi lungo il tragitto, chiavi in grado di attivare il portale dimensionale, cancello che separa una valle di lacrime dall'altra. Sulla carta, ogni sezione pare sia il frutto di un algoritmo procedurale, una rete di calcoli a supporto dell'architettura: così sostiene lo sviluppatore, che ha battuto a lungo su questo tasto. In realtà, la sorte pare incappata in una crisi creativa e le equazioni producono sempre lo stesso mediocre e insulso risultato.

Così, senza sussulti e grida, nemmeno di terrore, Daylight resta a corto di argomenti dopo un'ora e mezza, il tempo che ho impiegato per giungere all'epilogo, e inizia a balbettare, ripetendo all'infinito lo stesso campionario di frasi fatte e parole vacue. In un gioco in cui l'interazione è praticamente inesistente, si fatica a trovare un elemento degno di nota, un particolare che risvegli la corteccia cerebrale, ormai in catalessi. Il titolo, più per ragioni di marketing che altro, si fregia di ergersi sul giovane Unreal Engine 4, ma, a parte qualche scorcio, è un primato destinato a non lasciare il segno. Il codice è pesante, poco ottimizzato e si nota anche uno stuttering molto marcato, destinato a fare capolino nei momenti in cui, in maniera del tutto automatica, i dati vengono salvati sul disco. Zombie Studios, piccola realtà indipendente, ha più di un'attenuante, ma per l'utente, destinato alla spirale di noia, questo poco importa.

Luoghi comuni a pioggia.

In conclusione, al netto degli sbadigli, resta un gioco lodato da quei faccendieri che, previa sponsorizzazione occulta e indotta, si divertono, solo perché nel mentre pensano al loro conto in banca, saldo sempre più pingue. Daylight è il titolo perfetto per i PewDiePie, la generazione democristiana di YouTube, volutamente priva di etica e senso critico, capace solo di piegarsi al miglior offerente, per ottenere un pizzico di celebrità, facendo valere il profitto alla dignità. Spulciate pure la rete sociale di Google, vi invito a farlo: fra gli autori dei tanti spezzoni, qualcuno di loro sarà sicuramente in buona fede, non lo nego, ma molti, i fenomeni multimilionari, non sono altro che uno strumento, l'ingranaggio ben oliato di un gigantesco meccanismo. A voi la scelta, siete liberi di credere alle mie parole o, in ogni caso avreste ragione, valutarle come il delirio di un povero invidioso, costretto a picchiettare sulla tastiera per dare un senso alla sua magra esistenza. Io, in questo momento, prendo una posizione chiara e netta. E, in osservanza a quanto espresso, assegno a Daylight la valutazione che mi sembra più consona.

Ho giocato a Daylight grazie a un codice fornito dallo sviluppatore, scaricando il tutto da Steam. Il test è stato condotto su un PC dotato di processore AMD FX-8320, 8 GB di RAM e una scheda AMD Radeon R9 270X.

Voto: 0

La prova che i nintendari sono più svegli

Konami si rimangia tutto e disconosce il remake di Metal Gear