DRM, usato e distopia

Notizia recente: Sony sta studiando un sistema di DRM per impedire agli utenti di rivendere i giochi usati. Già sentito? Assolutamente sì. Quasi un anno fa, nel gennaio 2012, si rumoreggiava di una simile iniziativa da parte di Microsoft per la sua prossima console. La notizia, prevedibilmente, oggi come allora ha avuto delle ripercussioni sulle azioni in borsa di GameStop, la famosa catena che, praticamente, con i videogiochi usati ci campa. Roba da un dollaro ad azione, eh, mica il crollo del '29, ma è comunque un campanello d'allarme.

Oltre a GameStop, comunque, la distribuzione “tradizionale” dei videogiochi si basa sulle grandi catene e quasi tutte, ormai, hanno un angolo dell'usato. Al di là delle tariffe da rivolta popolare che vigono per la valutazione dei giochi, è innegabile che la cosa funzioni. Praticamente ogni videogiocatore del globo ha “portato indietro” un gioco usato per acquistarne uno nuovo, e probabilmente ha continuato a farlo per gli acquisti seguenti.

Ovviamente sono quegli stessi canali di distribuzione che vendono le console, e che quindi andranno a mettere sugli scaffali anche Durango e PS4 (o vai a sapere i nomi), sapendo che, se questo scenario di videogiochi-con-DRM si verificherà, non riusciranno a lucrare sull'usato. Insomma, di questi tempi, vedersi precludere una prospettiva di guadagno non sembra un'idea allettante. Soprattutto se ti chiami GameStop e con la roba di [inserire piazzamento] mano ci porti a casa la pagnotta.

Storia simile, ma diversa: ricordate PSPgo? La PSP senza lettore UMD, con i giochi che potevano essere acquistati solo online? L'idea piacque talmente tanto ai rivenditori che credo di averne vista una, arrivata nel mio negozietto di fiducia solo perché era stata espressamente richiesta. Ovviamente, il motivo dell'insuccesso è che i negozi, siano essi buchi di periferia o grandi catene nei centri commerciali, preferiscono vendere tanto.

Così come vendere un hardware che una volta nelle mani del cliente ti esclude dal tuo mercato, anche accontentarsi di vendere qualcosa precludendosi la possibilità di lucrarci sopra un numero potenzialmente infinito di volte non sembra, giustamente, una scelta da fare a cuor leggero.

Il digital delivery, tuttavia, è una realtà delle console attuali, e sicuramente lo sarà anche nel futuro: sui vari PSN e Xbox Live è disponibile quasi tutto il catalogo dei videogiochi per le console, a prezzo più o meno scontato, senza bisogno di passare nei negozi e senza che vi sia la possibilità di rivendere. Per il momento, essendo una possibilità "accessoria", a differenza di quanto accadeva con PSPgo, la cosa è tranquillamente tollerata dai negozianti, visto che comunque capita raramente che qualcuno compri un videogioco al lancio sullo store della console piuttosto che in negozio, anche e proprio in virtù del fatto che una copia fisica si può rivendere o scambiare, ma con un acquisto in digital delivery c'è poco da fare.

Il che ci riporta a quanto detto prima: fino a quando i rivenditori non si vedranno completamente esclusi dall'equazione, per le console ci sarà sempre spazio nei negozi. Un mercato console orientato completamente al digital delivery è poco attuabile, a meno di un cambiamento radicale. Probabilmente, uno scenario simile a quello del Play Store di Google potrebbe cambiare le cose: Sony, Microsoft e Nintendo vendono le proprie console, opportunamente private di qualsivoglia lettore di supporto fisico, esclusivamente online sul proprio sito, un po' come fa Google con i suoi prodotti Nexus.

Sarebbe un'azione radicale, indubbiamente, ma funzionerebbe: i negozianti non avrebbero più hardware da boicottare per essere stati esclusi dal loro mercato, l'usato verrebbe cancellato e, al netto dei costi di distribuzione del software, il guadagno per le case aumenterebbe esponenzialmente. Insomma, l'idea di eliminare l'usato è fattibile, ma richiede uno scenario completamente diverso da quello a cui ci siamo abituati negli ultimi decenni e che, francamente, già solo sulla carta sembra tutt'altro che auspicabile.

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