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Racconti dall'ospizio #223: Devil May Cry 4 - Ho visto la Madonna ed era in accaddì

Racconti dall'ospizio #223: Devil May Cry 4 - Ho visto la Madonna ed era in accaddì

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Non mi lego alle console, così come, in generale, non mi viene di legarmi agli oggetti. Mi piacciono i ricordi delle console, ovviamente, e pure quelli dei giochi, e tendo a riflettere le prime o i secondi su episodi o momenti precisi della mia vita.

Però il collezionismo non mi interessa, men che meno l’accumulo. Qualche anno fa ho dato via in blocco il mio vecchio Commodore 64, l’Amiga, il Super Nintendo, un Sega Master System, un Nintendo 64 USA, due o tre Game Boy e dozzine di giochi ancora perfettamente inscatolati, alcuni - tipo Ghostbusters 2 per C64 - addirittura intonsi e muniti dei gadget originali. A oggi non mi sono pentito della mia scelta, ché anche a vederla in termini spirituali, credo stiano meglio adesso, tutti belli ordinati sulle mensole di un collezionista, piuttosto che nella mia cantina.

Questo per quanto concerne le robe dell’infanzia. Verso i sistemi più recenti provo addirittura un maggiore distacco, ed è tutto un “do ut des”: Wii + Balance Board? Vendute a favore di Wii U (che poi ho smollato per Switch). Xbox 360 + Kinect? Dati dentro in qualche catena per una Xbox One a sua volta “evolutasi” in X. E via uguale per PlayStation 2, DS, 3DS di varie dimensioni, eccetera. Unica eccezione, gli strumenti di plastica dei vari Rock Band: quelli li ho fusi con l’accendino.

L'esperienza del fuoco ve la consiglio.

I giochi li tengo solo in caso di retrocompatibilità, ché tanto senza console che me ne faccio? Il paradosso è che ho incominciato a dare valore fisico al software da quando ho abbandonato la versione fisica. Tipo, che se un titolo è legato all’account lo sento più mio. Assurdo? Forse, vai a sapere.

Questa la regola, di massima, comunque. Ma come spesso succede, ci sono le eccezioni, e per qualche ragione PlayStation 3 ne fa parte.

Ricordo che la terza console Sony varcò la porta di casa mia nel febbraio 2008, a qualche mese di distanza dal lancio europeo. Si trattava della versione “Fat” con l’hard disk da 40 giga, che sostituii subito con un SATA più capiente, mandando in vacca la garanzia. Non c’era la retrocompatibilità, ergo ciao ciao giochi di PlayStation 2, che barattai, tra le altre cose, per Foklore, Call of Duty 4: Modern Warfare e Devil May Cry 4.

Con questo artwork, Capcom voleva chiaramente spiegare che Nero non è il solito stronzo alla Raiden.

Il primo era stato scelto perché, beh, lo sapete. Il secondo per far contenti gli amici che passavano da casa mia, anche se alla fine ci giocai un sacco e ancora oggi quella missione stealth nei pressi di Chernobyl me la ricordo, oh, se me la ricordo. Per quanto riguarda il terzo, boh, dal momento che non sono mai stato in fissa con le avventure di Dante e compagnia, credo sia saltato fuori dal marketing pressante.

In quel periodo, Devil May Cry 4 era dappertutto, e per dappertutto non intendo solo su internet o sulle riviste, ma pure per strada. Ho questa immagine per la testa, mentre scendo le scale della fermata di San Babila dopo aver sostenuto un colloquio di lavoro, ed è un attimo che mi ritrovo avvolto dai poster del gioco. Gli scagnozzi di Sony avevano tappezzato tutta la stazione della metro col logo del gioco o il faccione di Nero, e forse ricordo male, ma non ho presente robe simili ai tempi di PlayStation uno e due. Comunque, al lavoro finì che non mi presero, ma in compenso io finii col prendere Devil May Cry 4.

Tornando a PlayStation 3, una volta appiccicata la console al mio televisore dell’epoca - un 32 pollici HD Ready di Samsung che mi pareva grosso come un cinema – lanciai il gioco di menare di Capcom. E fu pazzesco.

L'accaddì!!

A riguardarlo oggi, quell’attacco con Nero che corre spedito verso la versione giappodistopica del Vaticano, alternato al canto di Kyrie, mi pare piuttosto pacchiano. Un momento “Cowboy Bebop dei poveri”, in linea con gli standard barocchi della serie.

Eppure, lì, nel mio salotto, nel 2008, era la prima volta che posavo gli occhi su qualcosa in alta definizione (sort of), e fu uno tsunami che spazzò via in un secondo tutti i gimmick di Wiimote, touch screen e Balance Board varie: ormai avevo attraversato le porte del futuro e non potevo più tornare indietro. Qualche mese più tardi, quando mi toccò giocare a Super Mario Galaxy 2 e The Legend of Zelda: Skyward Sword con i pixel grattuggiati dall’LCD, tirai mille bestemmie in direzione di Kyoto.

«Regazzì!»

Dopo il botto di Devil May Cry 4, non sono più riuscito a godermi nulla in risoluzione standard, nemmeno un film in divuddì. Di colpo non sopportavo più quello che fino a qualche ora prima mi pareva accettabile, come se mi fossi infilato un nuovo paio di occhiali e avessi riscoperto le foglie sugli alberi.

E fu un discreto problema, eh, considerato che da Blockbuster (ricordiamo che gli anni Novanta di Captain Marvel, qui da noi, erano l’altro ieri) i Blu-ray erano pochi e comunque costavano di più. Che Sky, probabilmente su consiglio dei papaveri di Nintendo, non si era ancora convertita del tutto all’alta definizione, mentre i video in streaming sembravano una roba fantascientifica, con i pornini che venivano via a 240p e i più accaniti che si accontentavano delle GIF in loop.

Tipo questa.

O tempora, o mores. Che menata, dover scaricare le serie TV in 720p (1080 pareva una tracotanza) e aspettare i sub giusti su italiansubs. Ma dopo, che figata guardare Lost fino ai peli del culo di Locke, che, nella gloria dell’alta definizione, non parevano troppo diversi da quel velo di barba spruzzato sulla faccia di Dante mentre si schiantava nella cattedrale dell’Ordine della Spada.

Col senno di poi, conservo un ottimo ricordo del gioco diretto da Hiroyuki Kobayashi, anche al di là delle contingenze, e ancora oggi ritengo che l’innesto à la JoJo del Devil Bringer abbia giovato al ritmo dei combattimenti e alla serie in generale. Se poi mi chiedete quale sia il mio action preferito di quella generazione, non posso che rispondere Bayonetta; ciò nonostante, Devil May Cry 4 resta un’esperienza godibilissima e – credo, mi pare, boh – invecchiata pure benino.

Tra l'altro, Devil may Cry 4 faceva un sacco Bayonetta (e viceversa).

Ovviamente vendetti il gioco immediatamente dopo averlo finito, ché di platini e trofei mi frega ancora meno che delle scatole. Non ho ancora venduto, invece, la mia gloriosa PlayStation 3. Diversamente da Xbox 360 - arrivata dopo e partita prima – e anche in via dei giochi piovuti da PlayStation Plus, ho continuato ad adoperarla fino a qualche mese fa. L’ho disarmata solo per trasferirla a casa dei miei in vece di media center.

Come scrisse (o disse?) da qualche parte giopep, non ricordo se su Outcast, Videogame.it o sarcazzo, le generazioni di console tendono a alternarsi tra rivoluzionarie e stabilizzanti. L’ondata di PlayStation 3 e Xbox 360 è stata probabilmente una fra le più rivoluzionarie degli ultimi anni, vuoi per l’alta definizione, vuoi per il pieno supporto all’online. Così impattante che è durata un sacco, per qualcuno addirittura troppo; e pure oggi, dopo tanto tempo, un sacco di gente usa ancora quei due macinini per far girare Netflix o Prime Video.

Tipo.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata a Devil May Cry e alle pizze in faccia alla giapponese, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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