Deadlight: non il solito gioco di zombi

Diciamoci la verità, con grande franchezza e senza alcuna ipocrisia: da ormai qualche tempo a questa parte, i videogame con protagonisti gli zombi hanno sinceramente rotto i maroni. La misura é colma e quando é troppo é troppo, specie contando il fatto che la progressiva ed inesorabile invasione di non morti digitali risulta puntualmente declinata secondo i classici (ed abusatissimi) stilemi del genere: da una parte i lenti cadaveri ambulanti di romeriana memoria, dall'altra i feroci infetti corridori portati alla ribalta da 28 Giorni Dopo. Nel bel mezzo, cose più o meno riuscite, soluzioni particolarmente trash (vero Rise of Nightmares?) e decisamente poca fantasia. Ed eccoci qui a parlare di Deadlight, l'ennesimo gioco di zombi che però - sorpresa! - non è neanche per sbaglio l'ennesimo gioco di zombi. Il motivo di tale unicità non è così immediato da spiegare: tecnicamente, l'opera prima degli Spagnoli Tequila Works non presenta infatti spunti di particolare originalità, mischiando in un unico calderone i morti viventi di Romero, The Road di Cormac McCarthy e suggestioni ludiche prese di peso dall'originale Prince of Persia e da Another World. Insomma, elementi già visti e stravisti.

Il punto sta però tutto nel come il cocktail a base di Tequila è stato evidentemente shakerato: il risultato è infatti di una bellezza magnetica, di quelle capaci di ammaliare nel profondo. Basti citare un dettaglio più di qualsiasi altro: ho trascorso le quattro ore abbondanti che mi hanno accompagnato dall'inizio alla fine dell'avventura di Randall Wayne sull'orlo della poltrona e costantemente col fiato sospeso, vivendo praticamente in apnea una storia narrata in maniera ermeticamente magistrale.

Attenzione però, non pensate al solito videogame fatto di tensione palpabile e spaventi improvvisi: qui non siamo dalle parti di Resident Evil o di Dead Space, e nel buio non vi attendono creature pronte a ghermirvi di scatto facendovi saltare dalla sedia. Piuttosto Deadlight si presenta come uno straordinario viaggio emozionale, un'esperienza che si declina secondo sensazioni in tutto e per tutto a misura d'uomo. Immaginate un 1986 distopico, un mondo in cui la razza umana è sostanzialmente estinta a causa di un'apocalisse zombie.

Sullo sfondo di una Seattle decaduta e marcescente, inserite la storia di una persona qualunque: non il solito soldato o l'eroe superfigaccione, quanto piuttosto un marito e un padre distrutto, che cerca di sopravvivere come può in un contesto fatto di oppressione, morte e rovina. Probabilmente il segreto di Deadlight è alla fine legato ad una questione di emozioni: anche se gli ingredienti sono ben noti, non si tratta dell'ennesimo videogame apertamente pronto a sfociare nei cliché dell'horror. E così troverete più tristezza che angoscia, più mancanza di speranza che terrore, più malinconia che brividi.

Una formula indubbiamente coinvolgente, capace di regalare suggestioni uniche anche in virtù degli sbalorditivi valori produttivi e della formidabile attenzione al dettaglio messi in campo dagli sviluppatori (gente che non a caso viene da Blizzard, Sony e Weta Digital). Dalle eccezionali transizioni tra una stanza e l'altra al monumentale sound design, passando per la pregevolissima direzione artistica, l'encomiabile doppiaggio e la qualità delle animazioni, tutto in Deadlight sembra concepito in maniera tale da lasciare il segno, distinguendosi per classe e personalità.

In maniera non del tutto dissimile da Limbo, l'effetto finale è in definitiva quello di una vera e propria esperienza, da vivere col cuore (prima che col joypad!) in mano. Con questo non intendo minimamente sminuire la valenza ludica dell'opera di Tequila Works, che comunque riesce a divertire e ad intrattenere grazie ad un buon ritmo, ad un level design ispirato e ad una serie di enigmi sfiziosi ma mai particolarmente impegnativi.

In questo senso ho trovato davvero una grande affinità con Another World: così come avveniva nel capolavoro di Eric Chahi, anche qui si gioca più per immergersi in senso lato all'interno di un universo che per saltare, sparare o risolvere puzzle. Certo, volendo essere particolarmente pignoli e gelidamente insensibili si potrebbe sostenere che Deadlight non eccella davvero in nessuno di questi ambiti, e che in termini di puro gameplay l'offerta sia vagamente leggera.

Eppure tutto ciò non appare come un reale problema, considerando il fatto che il focus degli sviluppatori non era probabilmente arrivare a sfidare i mostri sacri del genere plaftorm/adventure, quanto piuttosto l'idea di regalare emozioni e di far vivere al giocatore una storia sulla propria pelle. E, visto il galvanizzante finale (un momento di autentica poesia, capace di portarmi quasi al limite della commozione come mai avvenuto prima d'ora con un videogame), la missione per quanto mi riguarda è più che riuscita.

Ho gentilmente ricevuto un codice per scaricare Deadlight direttamente da Tequila Works, e mi sono sparato l'avventura di Randall Wayne tutta d'un fiato, in un'unica sessione durata tra le 4 e le 5 ore che mi ha permesso di giungere alla fine con una percentuale di completamento dell'87%. Nella procedura ho goduto come un vecchio maiale.

VOTO: 9,5

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