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Animecast #2: La regola delle tre

Animecast #2: La regola delle tre

Una rubrica in cui esploriamo il mondo degli anime, chiacchierandone e consigliandovi le serie che ci sembrano più interessanti.

Due notizie: una buona e l'altra meno. La stagione estiva dei cartoni giappo è appena cominciata e serie nuove di zecca hanno invaso il mercato nipponico. Di riflesso, i canali streaming che portano gli anime sui nostri schermi si stanno gonfiando a dismisura.

Questa era la buona... Evviva!

Ora la “meno”. Alzi la mano chi ha tempo e voglia di districarsi in mezzo a decine di serie Anime, con pochi o nessun indizio a disposizione. Giù le mani, voi che siete ancora in età scolastica e nel pieno delle vacanze estive! Così non vale. Buuu!

Per una persona con il giusto equilibrio di menate inevitabili e tempo libero, è una vera e propria maledizione: sovrabbondanza e tempo scarso non vanno d'accordo. Così tocca districarsi nel delirio delle novità, con la collaudata consapevolezza che la stragrande maggioranza della proposta non ha i requisiti minimi (genere, ritmo, originalità, qualità dell'animazione… ); il gusto personale ha il suo peso, eppure il 90% delle serie mi pare sinceramente trascurabile. Dunque, che fare, per scegliere e non perdersi in una compagine senza arte né parte di produzioni spesso bruttine o addirittura inutili?

Ho una regola personale, per decidere cosa guardare e cosa dimenticare. La “regola delle tre” è quanto mai banale: guardo le prime tre puntate di una serie e a quel punto so con ragionevole certezza se varrà la pena di proseguire nell'esperienza. Nulla di originale, per carità, ma ho scoperto che funziona, con un margine di errore accettabile, almeno per quanto riguarda gli anime (magari funziona anche per le serie TV, vai a sapere). Mi spiego.

La prima puntata di una serie anime non è mai indicativa. È architettata a bella posta, in parte per conquistare lo spettatore ma soprattutto per disorientarlo; spesso l'animazione ha una marcia in più, il ritmo è indiavolato e a livello di narrazione toglietevi dalla testa di capire dove vada a parare. In una prima puntata, può succedere tutto e il suo contrario: gli eroi principali vengono annientati in un colpo solo, oppure dopo venti minuti in cui ci viene presentata una ricca e dettagliata ambientazione scolastica, il protagonista viene sbalzato in un mondo parallelo (universo fantasy, mondo assurdo, realtà speculare, fate voi) da dove non farà mai più ritorno. A questi poveri personaggi principali, può davvero capitare di tutto: risvegliarsi con un corpo robotico, scoprire di aver cambiato sesso, diventare uno zombie, innamorarsi di uno zombie, morire, morire due volte, resuscitare e morire per la terza volta. Quindi niente, gustatevi le prime puntate di qualsiasi serie con il senso del meraviglioso di un bambino, passivi, con la bocca mezza spalancata e lo sguardo un po' vacuo, senza patemi, senza aspettative e togliendo dall'equazione ogni pretesa di senso comune.

Poi arriva la seconda puntata ed è troppo spesso una doccia fredda. Dopo un impeto di travolgente pazzia, gli sceneggiatori giappo si sentono in dovere di tornare sui propri passi, dare spiegazioni (per fortuna non è sempre così), fare un giro di presentazioni tra i personaggi rilevanti e prendersi la pausa caffè. Sovente, il ritmo diventa quasi letargico e capita di notare un certo calo nella qualità dell'animazione; non è raro scoprire che questo resterà lo standard per il resto della serie. Insomma, meglio non avere grandi aspettative da una seconda puntata. Se la prima vi ha dato qualche brivido e la seconda non è stata un disastro assoluto, allora potete procedere con un briciolo di ottimismo.

La terza puntata decide tutto. La storia comincia ad avere una sua consistenza, sembra quasi avere una meta. Quasi. Per capire dove vada a parare, ci vorrebbe un indovino, ma tant'è. Protagonista, comprimari e ambientazione sono abbastanza definiti. In genere, il ritmo riprende a scorrere incalzante e può capitare che si affaccino colpi di scena, personaggi misteriosi e magari una trovata che potrebbe di nuovo sconvolgere tutto nel giro di qualche puntata. Oppure no. Oppure non c'è proprio speranza ed è la regola nove volte su dieci: magari la colpa è del canovaccio trito o dell'eroe insipido, persino irritante – pensate a quel dozziliardo di liceali senza qualità alcuna che attirano le simpatie delle ragazze più fighe della scuola. Magari è tutto inconsistente o la noia regna sovrana. Resta il fatto che proseguire sarebbe uno spreco di tempo e, peggio, una tortura. So che esiste gente che non riesce a smettere di guardare qualcosa, dopo averlo cominciato. Non fatelo!!! Buttate tutto senza rimpianti e... via, verso quei pochi anime che valgono davvero il vostro tempo. 

E ora passiamo alla serie di cui vi parlo oggi. Sigla!

Darling in the Franxx (su Crunchyroll)

(2018) – 2 stagioni – 24 episodi

E dopo aver speso fiumi di parole sulle serie che meritano davvero, ecco un esempio completamente sbagliato. Che dire? Darling in the Franxx è un festival di pruriginose fantasie adolescenziali e non fa nulla per nasconderlo. C'è una Terra del futuro, minacciata da bestie assurde, metà organiche e metà non so cosa. Per affrontare queste bestiacce che sgorgano a ondate dal sottosuolo, gli scienziati mettono a punto dei robottoni giganti che, per funzionare, devono essere pilotati da un ragazzo adolescente, in una fase nella quale gli ormoni si agitano, e da una ragazza, sullo “gnocca andante”, che deve stare nella stessa cabina di pilotaggio, posta però a pecora proprio sotto il pilota… Insomma, è un po' imbarazzante (sento imbarazzo per lo sceneggiatore, più che altro) e i riferimenti sessuali sono tutto fuorché velati e tutto tranne che riferimenti: è un inno all'amplesso esplicito.

Siamo però in uno show giapponese (per ragazzi, immagino, ma poi chi lo sa) e quindi i dieci ragazzini protagonisti sono di un'innocenza talmente pura che sconfina nell'idiozia senza speranza. Non sanno nulla di baci, figuriamoci di amplessi. E però, durante la serie, questi maturano, si fanno domande e cominciano a darsi delle risposte. Proprio scemi non sono e sopratutto non lo è Zero Two, una pilota mezza umana e mezza bestia che ne sa più degli altri, ammicca di più e lascia intendere cose… che poi invece niente, alla fine è la vera romanticona del gruppo. Cerchiamo però di non prendere abbagli. Darling in the Franxx non è una serie spinta, (bizzarramente, è invece tutto sommato pudica (!) e dotata di una forte sensibilità romantica); Il fulcro qui non è la scoperta della sessualità o le battaglie tra robot e Klaxosauri ma resta incentrato sulla crescita dei personaggi in un ambiente distopico, dove gli esseri umani hanno abbandonato le emozioni e vivono un'esistenza piatta, senza preoccupazioni ma monotona.

Non posso nascondere che la serie sia farcita di banalità, situazioni imbarazzanti, fantasie maschili in abbondanza, robot che sembrano un incrocio tra un peluche e un cosplayer, meccanizzati solo per finta e con degli occhioni espressivi quanto quelli di una persona in carne e ossa. E nonostante tutto questo, Darling in the Franxx mi piace, mi piace, mi piace! Ecco, l'ho detto. Ho amato tutti i personaggi, da quello schianto di Zero Two a quel tipo irritante e imbronciato con i capelli mossi dicuinonricordomaiilnome, che se la mena su robe assurde per mezza serie. Bello il mecha-design, pur nella sua follia senza freni e senza senso, e coinvolgenti gli intrecci, le storie tra ragazzini, i litigi, gli abbracci, le risse, le lacrime, i pianti isterici, le urla ingiustificabili da adolescenti irrequieti. Mi è piaciuto che 'sta banda di disgraziati non sia rimasta immutata dall'inizio alla fine ma abbia cercato le risposte e ne abbia trovate, nonostante l'universo contro. È un'ode all'adolescenza, ai suoi momenti bui come alle esplosioni di vita e colore. È una serie troppo sdolcinata e un po' sconclusionata? Sì, forse. Però, l'insieme dei temi, la tenerezza, il romanticismo senza pudore, il design, le sigle bellissime e l'alchimia tra i personaggi mi hanno dato emozioni in quantità e ho amato questo Darling in the Franxx, che mi ha riportato a un'altra epoca, in cui tutto era incerto, pauroso e carico di promesse. Sono pazzo? Ma certo.

Ho avuto la possibilità di guardare tutti gli anime citati grazie a un abbonamento (che mi sono pagato) a Netflix, Crunchyroll e Amazon Prime. Il modo migliore per godersi un anime è di guardarlo in Giapponese (con i sottotitoli) e senza mai saltare le sigle d'apertura e di chiusura, poiché contribuiscono al fascino dell'opera e a restare a lungo nella memoria. Buon divertimento!

Outcast Popcorn al microonde #04: Dopo la pioggia è disponibile!

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Old! #264 – Luglio 1988

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