Corpse Party: Blood Drive - Quando il disgusto fa bene alla salute

Corpse Party: Blood Drive - Quando il disgusto fa bene alla salute

Appena acquistato Corpse Party: Blood Drive, per altro nella bellissima edizione Everafter con doppia colonna sonora e libretto di illustrazioni, sono stato colto da subitaneo pentimento: tempo zero, e già qualche recensione americana lo disintegrava con votacci strazianti e indecorosi commenti tesi a ridicolizzare le indiscutibili magagne tecniche. Doppiamente pentito per aver pure proposto la recensione del gioco al Maderna, con buona pace mi sono dedicato a tutt’altro, dimenticando persino che un giorno avrei dovuto provarlo. Sennonché, arrivato l’improvvido pacco dopo settimane di depositi intercontinentali, mi sono sforzato di avviare PS Vita, scaricare l’ennesimo aggiornamento della console, e avviare questo terzo capitolo della saga senza tanto curarmi di ripassare il contenuto dei precedenti, che il primo titolo lo avevo gustato, per bene, l’altro nemmeno tentato di comprare. Più per mancanza di tempo, che volontà.

Cosa mi aspettavo? Poco altro rispetto a quanto già elencato dai colleghi americani: un’avventura grafica con alcune parti di libera esplorazione, devastate nel loro essere da pigri rallentamenti e inaccessibili menu, e una truculenta atmosfera horror, falcidiata da un sindacabile approccio grafico a tre dimensioni con personaggi caricaturali in stile giapponese, teste come meloni e corpicini fusiformi. Il tutto condito da dosi estreme di sangue, cadaveri e schifezze varie, oltre a un vago quanto ormai assillante assaggio di erotismo soft-core applicato a qualche pseudo-adolescente dalle misure irrealistiche. In positivo: una colonna sonora brillante, accompagnata da effetti sonori galvanizzati da registrazioni audio 3D, e uno sviluppo narrativo all’altezza del valido capostipite della serie. Insomma, una “caccola” con pentimento: un accenno di bellezza rovinato da una struttura decomposta.

Chi non indosserebbe un abito così, in quella pozza di sangue?
Chi non indosserebbe un abito così, in quella pozza di sangue?

Per fortuna, a questo mondo ci si può ancora stupire in positivo! Stupire a tal punto da veder trasformato in sé un atteggiamento schifiltoso in ossequiosa venerazione: Corpse Party: Blood Drive è fichissimo, pur con tutte le magagne e i tentennamenti del caso.

Parliamoci chiaro, i puristi dell’azione fluida, del poligono michelangiolesco e della grafica in sé come sublime rappresentazione dell’arte trasmutatasi in videogioco smettano pure di leggere e stiano alla larga da cotanta bruttura, perché tra saltellii, indecisioni, compressioni, assorbimenti e inciampi di tutto ciò che appare su schermo, e caricamenti che nemmeno un carillon scassato potrebbe imitare, rischierebbero senz’altro una gastrite ulcerosa. Gli altri, sempre che qualcun altro ci sia, restino pure a scoprire le verità nascoste di questo gioco.

Intanto, a dispetto di tutto, e di ogni descrizione fantozziana che se ne possa fare, non è che sia impossibile giocare, come invece afferma qualche collega oltreoceano. Gli scatti qua e là e i rallentamenti che si accentuano quando il personaggio è in fin di vita, con relativo schermo che pulsa, sono fastidiosi, anche indecorosi, ma accettabili nell’ottica di un gioco che, sì, chiede di esplorare, ma soprattutto di vivere una storia perlopiù raccontata. La narrazione occupa l’incipit di ogni capitolo, con personaggi tesi a spiegare e a spiegarsi gli avvenimenti, momenti precisi durante le fasi di gioco, e la parte conclusiva. Nel mezzo, quindi, si esplorano cunicoli bui e sanguinolenti all’interno del contesto dato, sul quale non dirò niente per non rovinare qualsivoglia sorpresa, visitando stanze spoglie e scappando, qualche volta, raramente direi, da qualche spirito che tenta, quasi farsescamente, di acchiappare il nostro personaggio e di succhiargli energia vitale.

Ora, è vero che accedere ai menu è deleterio, con doppia fase di caricamento, una per il menu stesso e una per il sottomenu (con relativo ritorno), ma è altrettanto vero che le fasi di azione, di per sé banali, difficilmente chiederanno di usare tante riserve curative. Chiaro che le lunghe attese rompono il ritmo e spezzano la tensione emotiva, ma insomma, nelle mie tredici ore abbondanti di gioco ho goduto più dello sviluppo narrativo e della barbarie che soggiace agli eventi, che della paura di veder morire il mio personaggio a causa di un risibile nemico. Non è la tensione “in gioco” a conquistare le emozioni del giocatore, quanto l’ambiente truce nel quale viene immerso.

In negativo, sottolineo che in un paio di occasioni Corpse Party: Blood Drive è inspiegabilmente andato in tilt, schermata nera e blocco esistenziale, depauperando quindi intere frazioni di gioco. Questo è essenziale saperlo. Come dire, a vostro rischio e pericolo!

Gli effetti dopo un malaugurato freeze…
Gli effetti dopo un malaugurato freeze…

Torniamo allo svolgimento. L’accompagnamento audio è totale: giocare con le cuffie è un’esperienza unica, sembra di trovarsi nel mezzo di un mattatoio, con esseri strani e pulsanti che alitano sulla pelle, angosciati da raccapriccianti vocalizzi in giapponese. Si sussulta benché, in fin dei conti, si giri e si rigiri negli stessi spazi più volte, magari da soli, tentando di evitare qualche pezzo di vetro, botole e fastidiosi tentacoli, e di trovare, con gli ultimi lapilli di torcia rimasti, quella benedetta chiave che serve ad aprire una porta collocata due piani più sopra, nell’altra ala dell’edificio.

L’esplorazione è rozza, persino bastarda: i programmatori hanno efficacemente pensato di non inserire una mappa, costringendo il giocatore a memorizzare corridoi e stanze, cosa per altro non impossibile, se si gioca con un filo di creanza e non come soldatini lobotomizzati dalle F.A.Q., e di ridurre al minimo gli indizi. Su quest’ultimo punto si può discutere; la scelta dello sviluppatore è questa: “Bene, io ti faccio visitare delle stanze, raramente ti indico con segnali precisi (scintillii o altro) gli oggetti necessari per proseguire, anzi non ti lascio vedere proprio nulla, e tu devi premere qua e là dove ritieni necessario (di solito cassapanche o armadietti) per scovare quanto serve. Per complicarti la vita, però, poiché il luogo che visiti è “vivo”, totalmente inospitale, e ce l’ha con te, faccio in modo che l’oggetto di cui potresti necessitare compaia solo, come per magia, quando effettivamente di esso ci sarà bisogno! Detto in altri termini: torna più volte in uno stesso posto e ripeti certe azioni, perché potresti trovare qualcosa di nuovo e utile.”

Una scelta di regia a volte spiazzante, anche quando si è ben capito il meccanismo. I luoghi sono molti simili tra loro, tutto sfuma nel legno cupo e nel sangue granuloso e fetido, una stanza sembra l’altra, un corridoio è tutti i corridoi, roba da perdersi, insomma… e capiterà di girovagare per minuti e minuti e tanti altri minuti cercando di capire cosa effettivamente fare. Gli enigmi non sono difficili, difficile è trovare quel che serve. O anche solo capire che cosa serva. Un paio di scelte di programmazione le ho trovate, in tal senso, discutibili, ma risolto l’inghippo, magari anche casualmente, mi sono goduto il gioco un casino. Vecchio stile in tutti i sensi: zero agevolazioni, tanto andirivieni, un po’ di intuizione e un filo di fortuna.

Ecco il legno cupo che si sfrange nel sangue fetido… pura poesia!
Ecco il legno cupo che si sfrange nel sangue fetido… pura poesia!

Piuttosto, passiamo a storia e personaggi: splendida e splendidi. Questo gioco è il male. Non ci sono situazioni struggenti o strappalacrime, nemmeno delle riflessioni particolari o delle vette di profondità psicologica, solo tanta aberrazione in salsa giapponese e un “buon cattivo gusto” che rasenta la follia. I personaggi in gioco, tanti e ben caratterizzati (solo nell’ottica della trilogia, però! Partire da questo capitolo potrebbe risultare spiazzante, anche a dispetto dei flashback e dei capitoli extra), svolgono pienamente la funzione a cui sono preposti: condurre il giocatore dentro un twist mentale fatto di strazianti rumori e mesti spappolamenti, per altro ottimamente narrati, piuttosto che sbandierati con appositi filmati.

Decapitazioni e scene truculente, quando visibili, non superano mai la soglia dello schifo impresentabile e si avvantaggiano per così dire dello strano connubio tra mondo 3D e personaggi deformati: lo stile di Gregory Horror Show su PlayStation 2 rimane certo di un altro pianeta, tuttavia le involontarie composizioni cubiche di taluni personaggi demoniaci, che tentano inutilmente di farsi prendere sul serio, pur stemperando lo splatter, riescono ad aumentare l’effetto alienante e inquietante.

Personalmente sono rimasto incollato allo schermo di PS Vita e, pur con le dovute resistenze, mi sono lasciato condurre da Corpse Party: Blood Drive nei suoi anfratti maleodoranti e perniciosi (non fosse altro, il pernicioso, per la già accennata vena erotica di certe pose, foto, immagini, situazioni, di cui si faceva volentieri a meno), godendo di continui cambiamenti di registro, nello svolgimento dei fatti e nella caratterizzazione dei personaggi, e di una storia che rapisce e ammalia, seppur scontata nel suo essere e un filo tirata per i capelli nel suo proporsi (ce ne voleva di fantasia per riportare i personaggi proprio nei luoghi dai quali erano appena scappati!).

Una cosa così non può far visivamente paura, ma alla lunga, parola dopo parola, diventa inquietante.
Una cosa così non può far visivamente paura, ma alla lunga, parola dopo parola, diventa inquietante.

Ovvio, a questo punto, che mi sento di consigliare il gioco a chiunque abbia giocato i primi capitoli, ma anche a chi volesse or ora approcciarsi alla serie. Fermo restando che i palesi limiti tecnici e gli sforzi che bisogna compiere per adattarsi agli stessi richiedono un’attitudine particolare, poco pretenziosa e tesa a percepire il buono che si cela dietro una dura scorza, mi sento di premiare Corpse Party: Blood Drive con il nostro bollino di qualità, perché ha qualcosa di unico: la malvagità. E la capacità di raccontarla e farla vivere. Non certo una grande qualità! Niente che si vorrebbe sperimentare nella vita reale, ma che confinata nel sicuro contesto di un gioco per adulti, e come tale trattata, si esalta e si espande nel giocatore, lasciandogli vivere non tanto sensazioni di paura e spavento (non parliamo qui di un horror né “visivo” né psicologico), ma di angoscia e disgusto. Blood Drive è un gioco malato. Insano. Che potrebbe essere derubricato come tale, e quindi evitato. Rimane pur tuttavia auspicabile nel suo esserci, perché riesce non so come e non so perché, sono sensazioni, a equilibrarsi in una sottilissima soglia di relativa accettabilità: quel che di vero propone è talmente finto nella rappresentazione, a partire dalla grafica, che la trasmissione del messaggio diventa tollerabile. Disgustarsi con piacere… o qualcosa di simile. Da provare.

Ho acquistato la versione americana di Corpse Party: Blood Drive da un negozio di importazione canadese, nella succosa e per niente costosa edizione limitata: il solito ottimo lavoro di presentazione svolto da Xseed Games! Beh, ho completato il gioco e mi sono innamorato dei commenti dei doppiatori giapponesi, che di volta in volta si sbloccavano con il procedere della storia… magia pura!

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