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Bevi il tuo latte, Soldato d’Inverno

Bevi il tuo latte, Soldato d’Inverno

Captain America: The Winter Soldier è pieno di robe fighissime, tipo quell’infiltrazione iniziale a bordo di una nave che pare uscita dal secondo Metal Gear Solid, oppure le varie comparsate del Soldato d’Inverno, che gridano ai momenti ninja del primo. Oddio, c’è anche la scazzottata in ascensore, ma soprattutto c’è l’assedio all’automobile di Nick Fury che resta, ancora oggi, una tra le sequenze d’azione più riuscite del Marvel Cinematic Universe.

E infatti un po’ mi secca ammetterlo, che nonostante tutto questo ben di Dio, la scena che mi si è infilata nella testa con maggiore intensità (e alla quale sono andato a ripensare più spesso, dopo la prima visione del film) è quella in cui Robert Redford, al ritorno da una corsa o qualcosa del genere, si versa un dito e mezzo di latte in un enorme bicchiere dopo averne offerto un po’ al povero Bucky Barnes.

“Mi verrà il cagotto?”

Un dito e mezzo. Uno shottino. Ora, avete presente quando in un film, a un certo punto, un personaggio attacca a mangiare qualcosa di particolarmente appetitoso? Non vi viene una voglia pazzesca di ingozzarvi della stessa pietanza? A me è capitato un sacco di volte.

Mi è capitato, ad esempio, con l’hamburger del Big Kahuna che Jules addenta in Pulp Fiction, o con la pizza sul finale di Rocket Science. Né posso lasciar correre, naturalmente, la torta di ciliegie servita da Norma Jenkins in Twin Peaks, ma soprattutto i meatball sandwich dell’agente Pappas in Point Break. E lì, vi giuro, nonostante siano passati anni, ogni volta che risento Johnny Utah ordinare quella sua merda integrale al tonno, mi sale un giramento di palle che non vi dico.

Sta per consumarsi il momento più tragico del film: l'abbandono del panino causa inseguimento.

Qualcosa di simile mi sale pure quando l’Alexander Pierce di Redford si versa quel goccino di latte fresco, fragrante e dissetante, anziché riempirsi il bicchiere fino all’orlo e infilarci il naso. Un po’ lo capisco, eh, che se sei la versione overaged del Nathan Muir di Spy Game - che a sua volta era già la versione attempata del protagonista de I tre giorni del Condor - ai latticini tocca fare attenzione. Dopo i settantacinque, lo stomaco diventa delicato e quella roba, come entra, esce.

Capisco pure che tutto l’ambaradan sia un modo sottile per puntualizzare che al povero Bucky non è concesso scegliere. Eppure, Cristo, hai corso, hai ancora il fiatone e davvero ti accontenti di quella fonda? Dai.

Detto questo, mettiamo da parte il fatto che la scena immediatamente successiva si apra in perfetta antitesi con Falcon tutto intento a scolarsi del succo d’arancia dopo uno sforzo fisico. In realtà, trovo più curiosa l’analogia involontaria verso il primo Captain America, dove a un certo punto il colonnello Chester Phillips di Tommy Lee Jones decide di lubrificare lo scienziato dell’HYDRA Arnim Zola (Toby Jones) offrendogli un sano pasto americano: bistecca, patate. E un bel bicchierone di latte.

“Sono in Matrix? Se sì, non svegliatemi”

Diversamente da Bucky, Zola può scegliere, e sceglie di non servirsi, lasciando quel piatto succulento nelle mani di Phillips, che decide di enfatizzarne ogni boccone con una gestualità da acquolina in bocca. Nonostante si tratti, ne sono certo, di semplici casualità, provo un certo gusto a osservare come tanti comportamenti così diversi nei confronti del cibo, nello specifico del latte, finiscano col sottintendere i rapporti di forza tra i vari personaggi e persino le differenze caratteriali.

Non sono sicuramente casuali, invece, tutti riferimenti al cinema di spionaggio tirati in ballo dai fratelli Russo. Infilate dentro a The Winter Soldier ci sono le briciole di Spy Game, come ho già detto, mescolate a quelle de I tre giorni del Condor. La traccia più forte, invece, proviene probabilmente dal thriller politico Perché un assassinio, del 1974, attraverso il quale Alan J. Pakula si immerge fino al collo nel clima complottista post-kennediano raccontando gli intrighi della misteriosa Parallax Corporation.

Questo andazzo non fa di Captain America: The Winter Soldier una vera e propria spy-story, eh, a meno che non includiate nei ranghi anche uno a caso degli ultimi Mission Impossible (e non lo dico con sprezzo). Senz’altro, però, costituisce un bel valore aggiunto in termini di atmosfera per un film che resta una Kojimata pazzesca, con gli Helicarrier al posto dei Metal Gear e il Soldato d’Inverno in vece di Gray Fox.

Al di là delle apparenze, quello dei Russo è, nel bene e nel male, il solito film Marvel, con le sue sboronate, le sue scazzottate e i suoi twist. Uno dei migliori, eh, non solo perché quando è uscito la formula era ancora abbastanza fresca da darmela a bere, o per il travestimento da spia particolarmente nelle mie corde. Ma in via del ritmo, dell’immaginario generale. Di tutti quei dialoghi frizzantini e i vedo non vedo tra Cap e la Vedova Nera; di trovate come la sequenza al museo, quella nella base sotterranea o l’incontro con Peggy.

«Hulk? Sul serio?»

E l’azione, pure, funziona. Al netto di un montaggio un po’ agitato, ne esce sempre piuttosto leggibile e ben tirata, mentre la scelta di favorire gli scontri ravvicinati fa il gioco di Cap, rendendolo credibile nella misura di personaggio più potente del film. È anche vero che il ritmo non impedisce il manifestarsi di una certa prolissità, soprattutto durante la parte finale. E Falcon resta a mio modo di vedere un personaggio insopportabile, che non perde occasione per leccare il culo a Captain America, mentre Redford - per quanto si sforzi di fare il brillante - è davvero al limite per la parte.

Nonostante questo, The Winter Soldier è stato un po’ il mio Avengers. Il film che mi ha preso per le palle e trascinato a fondo del Marvel Cinematic Universe, lasciandomi solo il cruccio di aver mollato troppo presto Agents of S.H.I.E.L.D.. Ma ormai quella nave è già bella che salpata.

Il Mexican standoff che ha ribaltato la serie tivvù.

Questo articolo fa parte della Cover Story dedicata agli Avengers, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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