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ARK Park: almeno non ho vomitato

ARK Park: almeno non ho vomitato

OK, non sono mai stato un feticista dei dinosauri come Zerocalcare o quella gente lì, ma a suo tempo ho fatto la fila assieme a tutti gli altri ragazzetti per la prima di Jurassic Park, ho apprezzato molto i suoi seguiti regolari, e incredibilmente nemmeno Jurassic World mi ha fatto poi così cagare.

Tra l’altro, già che siamo in tema, Cadillacs and Dinosaurs è il mio picchiaduro a scorrimento preferito tra quelli della golden age di Capcom, quindi, che mi vuoi dire, se mentre riscattavo il codice di ARK Park, lo spin-off in realtà virtuale di ARK: Survival Evolved, avevo stampato in faccia un sorrisone largo così? In fondo, stiamo parlando di un gioco che mi pareva concepito da John Hammond in persona.

Sviluppato invece da Snail Games/Peacock Studio con la consulenza creativa di Studio Wildcard, e disponibile per PlayStation VR, HTC Vive e Oculus Rift, ARK Park professa la libera esplorazione di dieci scenari a tema preistorico, in solitaria o nella variante multigiocatore, con annessi puzzle da risolvere, recupero di risorse, crafting, sezioni di combattimento, e addirittura la possibilità di far crescere e accudire dei cuccioli di dinosauro, per poi cavalcarli come destrieri una volta cresciuti.

Insomma, a metterla così, sembrerebbe davvero una roba fighissima, pienamente in linea con la cinquantina di euro a cui viene venduta (mi riferisco al prezzo della versione PlayStation 4, che è poi quella che ho provato).

Anche il trailer è promettente, peccato che la distanza che lo separa dal gioco sia la stessa che passa tra le foto dei panini di McDonald’s e i medesimi sandwich. Ma non freschi, bensì lasciati ad ammuffire per almeno due settimane.

Parafrasando la trama di Jurassic Park, quella che doveva essere un’esperienza godibile e turistica si è rivelata ben presto un autentico incubo, a cominciare dall’interfaccia e dal sistema di controllo. Gli sviluppatori sono effettivamente riusciti a cogliere e a isolare tutti gli elementi meno efficienti delle esperienze in VR attualmente in circolazione, ma anziché scartarli, hanno incredibilmente deciso di fonderli in un unico prodotto.

In ARK Park il giocatore procede muovendosi “per blocchi”. Muovendo lo sguardo su un punto qualsiasi dell’area di gioco e tenendo premuto il pulsante centrale dei PlayStation Move – ma, volendo, è possibile utilizzare anche il DualShock - il nostro avatar si teletrasporterà proprio in quella zona. Detta meccanica, unita alla struttura degli ambienti di gioco, origina al massimo della sua fluidità una sorta di effetto diapositiva davvero spiacevole. Anche nei momenti più statici, le cose non vanno meglio: la rotazione del personaggio viene gestita attraverso la pressione di due tasti, destra e sinistra, mentre la maggior parte delle interazioni, sia negli ambienti che tra i menù a comparsa, si innesca attraverso lo sguardo, come in certe esperienze di realtà aumentata.

E pur vero che ARK Park non è l’unico gioco sulla piazza a buttarla su questo escamotage. Eppure, qui la gestione della telecamera si interseca talmente male con quella dello spazio da sacrificare ogni minima comodità.

Fin dalle prime fasi di gioco, l’utente viene ingabbiato in un sistema di controllo talmente macchinoso da pregiudicare quasi completamente l’esplorazione e il godimento dei vari scenari preistorici, che per quanto scarni, non sono poi così malvagi.

Viene difficile dare un senso a tutti questi legacci e giustificare una serie di errori tanto marchiani. Volendo concedere a Snail Games il beneficio del dubbio, senza essere troppo maliziosi, esiste la remota possibilità che gli sviluppatori in fase di progettazione abbiano fatto di tutto per scongiurare il motion sickness, finendo per sommare senza misura tutte le precauzioni del caso. Che ne so, magari nel goffo tentativo di allargare il più possibile il target dell’esperienza; per far giocare tutta la famiglia con i dinosauri.

Ora le mangia la mano.

Purtroppo, sempre ammesso che si sia trattato di una svista e non di semplice sciatteria, il risultato di questa politica è molto vicino a quella battuta di Harry Fonda in C’era una volta il West

Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle? Di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni?

Ecco, va detto che perlomeno tutte queste precauzioni funzionano: io, che in genere soffro parecchio il motion sickness, non ho avuto nemmeno un filo di nausea o sudori freddi. Giusto un po’ di torcicollo. Però, insomma, diciamo che l’assenza di vomito non è certo un motivo sufficiente per spendere cinquanta euro, calarsi sugli occhi il visore e lanciare ARK Park.

Lasciando per un attimo da parte il sistema di controllo, anche a livello di contenuti il gioco non ha granché da offrire. Tolto il viaggio iniziale in monorotaia (dura solo cinque minuti), le varie aree da esplorare non sono molto stimolanti. In pratica ci si riduce a collezionare blocchi di DNA, scannerizzando l’ambiente che ci circonda per sbloccare nuove ambientazioni; ad affrontare dei puzzle concettualmente semplicissimi ma inutilmente macchinosi sempre per i limiti accennati poco sopra, e a raccogliere risorse per creare nuovi oggetti (spesso puramente estetici) e così via.

Un viaggio in monorotaia pieno di promesse... mancate.

Il sistema di crafting è piuttosto semplice, intuitivo, ma ancora una volta volta, a mettere i bastoni tra le ruote del gioco c’è l’interfaccia, e persino qualche bug che mi ha costretto a resettare la console in un paio di occasioni. I vari menù si materializzano come ologrammi attorno al giocatore, mettendolo a disagio e costringendolo a una prossemica innaturale: a un certo punto, pur di evitare di impastarmi con i tasti, ho finito col tirarmi tafazziamente un PlayStation Move sulle balle. E va bene che non c’era la nausea, ma insomma.

Sempre nell’area del parco deputata al crafting (ogni segmento di gioco è rigidamente separato dagli altri da un tutt’altro che pratico menù) è possibile dedicarsi all’allevamento dei dinosauri per poi cavalcarli, ma anche in questo caso l’esperienza non è altro che un breve giro di giostra su rotaia, durante il quale guardarsi un po’ attorno o scattare fotografie. Insomma, la sbandierata componente didattica ha tutta l’aria di una scusa posticcia per giustificare un progetto nato male e cresciuto peggio.

Pure quando si tratta di imbracciare le armi, le cose non girano per il verso giusto. Anche in questo caso non c’è molto da fare, se non proteggere delle torrette da orde di dinosauri, ragnoni e mostriciattoli vari che le attaccano senza ragione (di nuovo: e la didattica?).

I bestioni arrivano a ondate, alternandosi secondo una curva di difficoltà del tutto scombinata, e le meccaniche per sbaragliarli sono più o meno sempre le stesse: ci si piazza in un punto e si prende la mira. L’unica reale difficoltà è data dalla scarsa precisione del sistema del puntamento e, di nuovo, dai bug. In un’occasione, due velociraptor o presunti tali (non sono un paleontologo e ho motivo di credere che non lo siano nemmeno gli sviluppatori) si sono addirittura incastrati tra loro in maniera perfettamente simmetrica, generando involontariamente un mostro bifronte.

A dispetto del dinamismo espresso dalla foto, le sezioni di combattimento sono soporifere e prive di mordente come il resto del gioco.

Se a tutti questi problemi che ho elencato aggiungiamo anche una cattiva leggibilità degli ambienti, la presenza di elementi interattivi talmente posticci da mettere alla prova anche la sospensione all’incredulità meglio disposta e la più totale mancanza di intrattenimento, direi che non c’è davvero motivo di mettere mano al portafoglio. Allo stesso prezzo di ARK Park - ripeto, cinquanta euro - si può addirittura recuperare un bis di esperienze in VR di qualità come Moss, Statik o la WipEout: Omega Collection.

Ho giocato ad ARK Park su PlayStation 4 Pro grazie a un codice per il download fornitomi dal publisher. Attraverso dei video, ho dato un’occhiata alle versioni HTC Vive e Oculus Rift, per cercare di capire se a livello di meccaniche fossero un pochino più interessante rispetto a quello destinata al visore Sony, ma mi sono sembrate sulla stessa lunghezza d’onda. Il gioco, come ho detto, è davvero poco attraente. Se decidete comunque di correre il rischio, segnalo che tra le lingue parlate e scritte non è disponibile l’italiano.

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