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Chiedi chi erano i Keaton

Chiedi chi erano i Keaton

Seduto al buio, guardando la serie sullo schermo del computer, finivo per immaginare che fossi proprio io a vivere in quella casa accogliente e ben illuminata, e che tutte quelle persone sorridenti e comprensive fossero la mia famiglia. Che non ci fosse niente al mondo di così sbagliato da non poter essere risolto in trenta minuti di episodio (o, al limite, nel tempo di un episodio in due parti, nel caso di faccende serissime).
— Wade Watts, Ready Player One.

«Uh, Casa Keaton

Questa è stata la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo che la Cover Story di questo mese sarebbe stata dedicata a Ready Player One.

Chiaro che nel libro di Ernest Cline ci sono dozzine, centinaia (migliaia?) di riferimenti ai “miei” anni Ottanta. Eppure, tra i passaggi che ricordo meglio, c’è quello in cui il protagonista, Wade Watts, per astrarsi dalle miserie del suo 2044 distopico, si rifugia in un angolo della baracca degli zii a riguardare per l’ennesima volta la celebre sit-com. Me lo ricordo bene anche perché, la prima volta che l’ho letto, mi ha preso un po’ alla sprovvista: era notte, mi trovavo in un momento di saudade e avevo afferrato perfettamente il senso di conforto espresso dalla serie.

In effetti, ravanando negli scatoloni della mia memoria, saltano fuori poche cose calde e consolatorie come Casa Keaton (Family Ties, in originale). Come sottolinea anche Wade, nel salotto di quella famiglia media americana dell’Ohio (presumibilmente, la stessa Ohio di Ernest Cline e del suo “alter ego” James Halliday), niente poteva andare per il verso sbagliato.

Steven (Michael Gross) ed Elyse Keaton (Meredith Baxter) incarnano a tutti gli effetti i genitori ideali per l’America dei primi anni Ottanta: comprensivi, sensibili e colti. Sono una coppia di democratici figli di Woodstock e della contestazione degli anni Sessanta e Settanta, OK, ma perfettamente integrati nel nuovo decennio: Steven lavora per un network televisivo, mentre Elyse si occupa di architettura.

La loro esperienza legata alla controcultura non ha accenni lisergici, non viene mai spinta troppo in là. Perlopiù, fa da spunto per costruire il confronto generazionale e ideologico con i figli. In primis, con Alex (interpretato da un allora giovanissimo, ma già bravissimo, Michael J. Fox), studente modello, convinto repubblicano fan di Ronald Reagan (“L’attore!”) e versato per la finanza. Alex rappresenta il volto buono dello yuppismo, che all’epoca era ancora lontano, in termini di rappresentazione, dal cinismo disincantato di un film come Wall Street: Alex non finirebbe mai all’amo di Gordon Gekko come un qualsiasi Bud Fox, per dire. E non tanto per via dell’educazione ricevuta in famiglia (in fondo, il padre del personaggio di Charlie Sheen, interpretato da Martin Sheen, è un sindacalista idealista della vecchia guardia).

La realtà è che quella di Casa Keaton era un’America appena uscita dalla crisi energetica degli anni Settanta. Era una nazione che aveva una gran voglia di ricominciare, di lasciarsi il recente passato alle spalle per credere in un futuro luminoso e pulito. Un’America che guardava agli anni Cinquanta come a un’età dell’oro da recuperare. Ecco, Alex era il prodotto di quel preciso contesto, un “buon repubblicano”: conservatore, intelligente ma non malizioso, interessato al successo meritato con l’impegno, più che alla fama e alle scorciatoie.

In seguito, alcuni tratti del personaggio di Alex finiranno in altre interpretazioni di Michael J. Fox: penso al giovane yuppie dal cuore d’oro de Il segreto del mio successo, di Herbert Ross, o al vicesindaco Mike Flaherty di Spin City, tra l’altro co-ideata e prodotta da Gary David Goldberg, già creatore di Casa Keaton. Al contrario, ne Le mille luci di New York, film di James Bridges del 1988, l’attore modellerà una versione distopica del primogenito dei Keaton sul personaggio di Jamie Conway: giovane rampante nevrotico, depresso e schiavo della cocaina. Del resto, ormai gli anni Ottanta erano agli sgoccioli e stavano per filarsela senza pagare il conto.

La secondogenita, Mallory (Justine Bateman), è invece la classica teenager da commedia sentimentale di John Hughes: poco incline allo studio, apparentemente superficiale e fissata con la moda e i ragazzi, ma in realtà – ovviamente – romantica, sensibile e capace di grande empatia. E nonostante le bizze, vuole un gran bene al suo fratellone. In coda si infilano Jennifer, la sorella minore, intelligente e sportiva, ma riguardo la quale, purtroppo, la memoria mi tradisce, e il piccolo Andrew, nato nel corso della serie e plasmato da Alex a sua immagine e somiglianza.

«Fotomontaggio, e anche brutto. Hanno tagliato i capelli di tuo padre!»

Ora, non ricordo esattamente quando Casa Keaton venne trasmessa in Italia per la prima volta. Forse nel 1986. Sono ragionevolmente sicuro di essermela sciroppata tra il 1988 e il 1990, a cavallo del secondo e terzo Ritorno al Futuro  che avevano fatto da traino per via di Michael J. Fox. All’epoca, era un gran conforto tornare a casa da, boh, judo? Per stravaccarmi sul divano e seguire la serie prima di cena.

Diversamente da Wade Watts, non è che io avessi chissà quali problemi. Oddio, magari li avevo pure, ma soffrendo della “sindrome dell’età dell’oro”, oggi mi sembrano tutti di poco conto. Certo, i miei genitori hanno poco a che spartire con i pacati Steven e Elyse: oggi come allora, quando bisticciano sembrano due sciamannati. E anche a livello politico, insomma, OK, mio padre era in prima fila al Vigorelli per i Beatles nel 1965, ma di Woodstock e cose così nemmeno l’ombra.

Io, ad ogni modo, me la passavo alla grande: avevo le scarpe Nike, lo skateboard pacchiano, il “giubbino di salvataggio”, il Walkman e tutto l’armamentario. Guardare Casa Keaton era solo un altro modo, al pari del cinema, per stare al passo con l’America di fantasia che veniva propinata a noialtri ragazzini degli anni Ottanta, convinti di abitare tra la via Varesina e il West.

A rivederlo oggi, Casa Keaton fa un po’ strano, ma uno strano bello. Un paio di sere fa mi è preso lo sfizio di guardare qualche episodio, sia in italiano (come ai vecchi tempi, con J. Fox doppiato da Sandro Acerbo), che in lingua originale. Chiaramente, è bastato un secondo per ritrovare il mio posto nel salotto dei Keaton, lì come l’avevo lasciato, col cuscinone in velluto ancora caldo e sformato, manco avessi infilato il visore di OASIS. All’inizio, hanno prevalso i miasmi della nostalgia e pure un poco di commozione, più o meno come quando l’anno scorso mi è venuta la folle idea di riguardare tutto Orange Road (e «di piantare alberi di pino»).

In questo momento sono proprio io, all'apice del mio masochismo, mentre riguardo Casa Keaton dopo vent’anni dall'ultima volta.

Poi, dopo un po’, la nebbia della memoria si è dipanata e ho preso a godermi lo show per quello che è, trovandolo ancora davvero buono. Ho scelto qualche episodio a casaccio, a partire dalla seconda stagione, saltando la prima e il pilota, ché avevo paura di trovarli troppo acerbi (appartengo alla nota scuola secondo cui “le serie si definiscono almeno dalla seconda stagione in avanti”). Mi sono lasciato prendere dalla storiaccia del discorso di diploma alla scuola di Alex, che gli viene soffiato dalla fidanzatina, e ho riso molto quando, sempre Alex, neo diciottenne, finisce con gli amici in un bar fuori porta a bere di nascosto dai genitori e a fingersi un pilota di caccia con delle ragazze conosciute sul momento.

Come ricordavo, i pilastri della serie sono Michael J. Fox (e pensare che la produzione all’inizio voleva Matthew Broderick, che per carità, buttalo via, ma insomma) e Michael Gross - papà Steve - con le battute sarcastiche e quella faccia da tipo simpatico che guarda, giuro, ci berrei volentieri una birra assieme (cosa che non mi azzarderei a fare, per esempio, con il Dott. Cliff Robinson). Ci sono rimasto un po’ così nel rivedere Mallory, che ricordavo più carina, mentre ho trovato in forma smagliante la Elyse Keaton di Meredith Baxter, che all’epoca non prendevo in considerazione in quanto “adulta = vecchia”. Sarà che in un paio di episodi se la girava in tenuta da jogging aderente, sarà pure che all’inizio della serie, nel 1982, era più giovane di quanto lo sia io ora. Ma insomma, davvero un’ottima MILF.

«Mi stai dicendo che hai costruito una macchina del tempo... con una DeLorean?»

Minchiate a parte, al di là del momento azzeccato, è facile dare un senso allo status di cult guadagnato da Casa Keaton nel corso degli anni. I membri del cast sono evidentemente affiatati tra di loro e sanno recitare. La scrittura è piacevolmente prevedibile ma molto, molto buona, con dei dialoghi frizzanti, un sacco di sarcasmo e dei tempi comici precisi al millisecondo. Insomma, al netto dei 4:3 e di un minimo di sforzo nel contestualizzare certi elementi di costume, la serie è invecchiata benissimo ed è ancora godibilissima. Ripeto: passata la nostalgia, mi sono guardato un bel po’ di episodi uno in fila all’altro, e ne ho ancora voglia. Tra l’altro, nel primo che ho nominato, The Graduate, la fidanzatina di Alex, Rachel, è interpretata da una giovanissima Daphne Zuniga in versione “carina e occhialuta” (proprio come Wade, soffro di un grave feticismo nei confronti delle ragazze carine e occhialute, pure senza l’ukulele).

Non si tratta di un’eccezione, ovviamente: nel corso delle sue sette stagioni, lo show, tra camei e personaggi ricorrenti, ha ospitato gente come Tom Hanks, Geena Davis, Corey Feldman, Wil Wheaton, River Phoenix, Martha Plimpton (praticamente tre quarti del cast di Stand By Me e un paio di Goonies), Joseph Gordon-Levitt, Crispin – George McFly – Glover, Courteney Cox e almeno un paio di Baldwin. Ah, e naturalmente Tracy Pollan: fidanzata di Alex a partire dalla quarta stagione, ma soprattutto attuale moglie di Michael J. Fox. I due si sono conosciuti proprio sul set della serie.

Ad oggi, con sette stagioni all’attivo trasmesse dalla NBC dal 1982 al 1989, Casa Keaton è probabilmente la “family sit-com” più emblematica dell’America di quegli anni, l’equivalente di The Honeymooners per gli anni Cinquanta (sì, la stessa serie che guardano i Baines in Ritorno al Futuro), o de La famiglia Brady e Happy Days per i Sessanta e Settanta. Io, come ho detto, ne ho fatto largo consumo soprattutto sul finire degli anni Ottanta. In seguito, ho finito con l’incrociare qualche episodio in fasce orarie via via sempre meno pregiate. L’ultima volta, prima di ieri l’altro, è stata al ritorno da una notte di bisboccia ai tempi dell’università, alle sei del mattino. In quel momento, ricordo di aver pensato che la marea del tempo si era portata via anche gli ultimi strascichi degli anni Ottanta.

O perlomeno così credevo.

Questo articolo fa parte della Cover Story su Ready Player One, che potete trovare riassunta a questo indirizzo.

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