Racconti dall'ospizio #56 – Di quella volta che non finii Secret of Mana

Racconti dall'ospizio #56 – Di quella volta che non finii Secret of Mana

Racconti dall’ospizio è una rubrica in cui raccontiamo i giochi del passato con lo sguardo del presente. Lo sguardo di noi vecchietti.

Quella dei Mana è una serie strana, o quantomeno dal destino bizzarro, specie dalle nostre parti, vuoi per una distribuzione occidentale (e ancor di più europea) quantomeno zoppicante, vuoi per le scelte sui titoli, vuoi perché Secret of Evermore. In Giappone, la serie si intitola Seiken Densetsu, anche se il primo episodio, pubblicato su Game Boy, portava in dote, per ovvie scelte di marketing, il sottotitolo Final Fantasy Gaiden (e conteneva qualche riferimento a quell’altra serie, tipo i chocobo). Riducendolo al succo e generalizzando, il gioco era un po’ un tentativo, da parte di Squaresoft, di realizzare la sua versione di Zelda, conservando una profondità “ruolistica” ignota alla serie Nintendo ma lasciando da parte i combattimenti a turni che caratterizzavano i Final Fantasy (di cui, in quel 1991, usciva il quarto episodio, primo su Super Famicom/NES/Nintendo). Del resto, il primo zeldino portatile, Link’s Awakening, sarebbe arrivato solo due anni dopo, quindi la mossa ebbe un tempismo notevole e, grazie alle sue indiscutibili qualità, il gioco che dalle nostre parti uscì come Final Fantasy Adventure riscosse un buon successo, giustificando la nascita di una serie.

Seiken Densetsu 2, però, fece la sua apparizione solo due anni dopo su Super Famicom e impiegò qualche tempo, come da norma, per arrivare in occidente con il titolo Secret of Mana, dando ufficialmente il via alla serie, appunto, nota come Mana. Fu successo clamoroso e la serie in questione s’imbizzarrì, con un seguito ufficiale, Seiken Densetsu 3, mai uscito dal Giappone (se non sotto forma di traduzione amatoriale), un seguito apocrifo, Secret of Evermore, sviluppato dalla divisione nordamericana di Squaresoft, e una lunga serie di nuovi episodi, remake, riarrangiamenti, spin-off e quant’altro. Tutto ciò che è arrivato dopo Secret of Mana ha avuto un po’ la sfortuna di essere accolto come continuazione non troppo convincente di quel gioco tanto amato per Super Nintendo, ma la serie, in una forma o nell’altra, è andata avanti serena per la sua strada, fino al recente Adventures of Mana, remake portatile dall’estetica discutibile di quel primissimo episodio per Game Boy, all’imminente Secret of Mana, remake non portatile dall’estetica discutibile di quel secondo episodio per Super Nintendo, e alla purtroppo prevista solo in Giappone Seiken Densetsu Collection per Switch. Su tutto questo, però, c’è poco da fare, svetta mastodontico lui, Secret of Mana. E ha le sue belle ragioni per farlo.

Secret of Mana fu l’ultimo gioco programmato da Nasir Gebelli, manico del codice a cui dobbiamo anche i primi tre Final Fantasy, prima di sparire completamente dalla scena per oltre un decennio.

A volerla dire tutta, è abbastanza sorprendente che un gioco dallo sviluppo così travagliato a tutti i livelli, compresa la realizzazione frettolosa della versione occidentale, sia diventato un’opera di culto tanto amata. O forse no, forse è nel normale ordine delle cose. Ma tant’è, lo sviluppo di Secret of Mana fu a dir poco complesso. L’idea era di pubblicare il gioco sul mai nato lettore di CD-Rom per Super Nintendo, quello sviluppato da Sony, no aspetta da Philips, no dai lasciamo perdere. Scomparsa quell’opportunità, Squaresoft decise, a quanto pare contro il volere del team di sviluppo, di spostare il gioco su cartuccia, cosa che comportò una quantità di tagli abnorme, quasi metà dei contenuti. In particolare, venne abbandonata l’idea di un’avventura dallo sviluppo più ramificato, con tanto di finali multipli, in favore del gioco indubbiamente lineare che è Secret of Mana. Nel riarrangiare tutto quanto per ottenere un prodotto sensato, si perse per strada anche il taglio inizialmente più cupo che avrebbe dovuto caratterizzare il racconto (e che comunque qua e là emerge in ogni caso) e ci si portò forse dietro qualche problema tecnico, fra rallentamenti e altro.

La cosa, probabilmente, pesò abbastanza su Koichi Ishii, creatore della serie, che considerava Seiken Densetsu un’occasione per creare qualcosa di decisamente più personale rispetto ai Final Fantasy su cui aveva lavorato in precedenza. Ishii, che in una sorta di poetica chiusura del cerchio, dieci anni dopo, avrebbe lavorato sulle riedizioni portatili di vari Zelda per 3DS, studiò il sistema di gioco di Secret of Mana recuperando elementi dalla serie ammiraglia di Square Enix e traducendoli in un sistema di gioco in tempo reale. Il sistema di gestione di livelli ed esperienza, per esempio, era sostanzialmente quello di Final Fantasy III e alcune meccaniche di combattimento nascevano da idee abbandonate dal team di sviluppo di Final Fantasy IV. Ma le innovazioni, come dire, originali, introdotte da Secret of Mana furono comunque notevoli, a cominciare dal menu circolare che permetteva di bloccare l’azione e gestire l’elemento ruolistico in profondità, anche senza rinunciare al combattimento in tempo reale. E poi c’è quella faccenda del multiplayer cooperativo: il party con cui si gironzolava nel mondo di Secret of Mana arrivava ad essere composto da tre personaggi, con i due non controllati dal giocatore gestiti dall’intelligenza artificiale. Era però possibile affidarli ad altri due giocatori, affrontando di fatto l’avventura con un party composto da tre esseri umani. Certo, farlo sullo stesso schermo, con un solo menu condiviso che bloccava l’azione per tutti i partecipanti, poteva risultare un po’ scomodo o frustrante, ma per l’epoca era comunque un’innovazione notevole.

Un sentito ringraziamento da parte di BioWare.

Nei miei ricordi, Secret of Mana è una bomba clamorosa che ho amato e anche un po’ odiato. Come ho già scritto chiacchierando di Kirby’s Dream Course, ai bei tempi non possedevo un Super Nintendo: lo comprai solo un decennio dopo e in quel periodo mi limitavo a giocarci a casa di un amico, che un’estate di qualche tempo dopo me lo prestò con una botta di giochi. Fu credo in quel periodo che mi mi si a giocare a Secret of Mana. Il “credo” è necessario perché la memoria, all’alba dei quarant’anni, è quella che è. Ricordo però chiaramente che fu grande amore. L’azione divertente, continua, ma comunque graziata da una certa profondità tattica. Lo stile grafico coloratissimo, puffettoso, ma comunque con un retrogusto a tratti un po’ inquietante. Certe trovate azzeccatissime tipo lo svolazzare su un mondo a base di Mode 7 cavalcando Flammie e quel che a Flammie succedeva verso la fine del gioco. La storia, col senno di poi certo non un capolavoro esageratamente profondo, ma che all’epoca, con quel suo parlare di ribellione dei pezzenti contro il sistema, mi diede l’impressione di provare a raccontare qualcosa di almeno sfumatamente più adulto del solito. Ah, che bello era giocare ai videogiochi da ragazzini!

Me lo giocai tutto, in maniera vorace, dall’inizio alla fine, divertendomi come un matto. Oddio, fino quasi alla fine, diciamo la verità. C’è infatti un piccolo problema: non riuscii ad avere la meglio in quello scontro finale così spettacolare ed emotivamente forte. Col passare del tempo mi convinsi che era perché serviva una magia specifica che non avevo mai usato e, quindi, non avevo potenziato a sufficienza. E, sì, GameFaqs mi insegna che la Mana Beast era effettivamente molto sensibile a quella magia specifica, ma lo scontro era comunque gestibile anche senza. Però io non ce la feci proprio. Dopo quanto abbandonai? Ci provai abbastanza? Non tentai approcci diversi a sufficienza? Avevo effettivamente un party troppo sfigato per completare il gioco? Oppure, semplicemente, lasciai perdere stremato perché a volte va così? Vai a sapere. Un decennio dopo, o giù di lì, recuperai il primo Seiken Densetsu su Game Boy e ci giocai per la prima volta con gran piacere. Era forse giunto il momento di rigiocarmi da capo il secondo episodio, sul Super NES che nel frattempo mi ero comprato? Ci provai! In cooperativa, oltretutto! Ma lo abbandonammo abbastanza in fretta. Non era destino. Però, chissà, magari con lo SNES Mini sarà la volta buona.

Questo articolo fa parte della Cover Story "Aspettando il Nintendo Classic Mini: Super Nintendo Entertainment System", che trovate riepilogata a questo indirizzo.

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