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Valerian e la città dei mille pianeti è il classico pastrocchio a cui non riesco a non voler bene

Valerian e la città dei mille pianeti è il classico pastrocchio a cui non riesco a non voler bene

Innamorato fin da bambino del fumetto di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières, Luc Besson ha inseguito il sogno di girare Valerian e la città dei mille pianeti praticamente per tutta la vita e ha iniziato a pensarci seriamente già ai tempi de Il quinto elemento, anche se non riteneva che fosse tecnologicamente possibile. Vent'anni dopo, complice magari anche un ritorno di vendibilità garantito dal successo di Lucy, è riuscito a portare nelle sale questo suo mastodontico passion project. Per farlo, ha messo in piedi quella che è di gran lunga la più grossa produzione cinematografica della storia francese, con un budget da circa duecento milioni di euro, vale a dire oltre il doppio rispetto a chi si accontenta del secondo posto. Più forte di ogni ostacolo, Besson è addirittura riuscito a far modificare la legislatura sugli sgravi fiscali per i film girati in Francia, che in precedenza escludeva quelli in lingua straniera. Insomma, quella di Valerian e la città dei mille pianeti è una bella storia, facile da prendere in simpatia, fosse anche solo perché - pur nella consapevolezza che di Besson ne abbiamo solo uno - è bello vedere che si riesce a fare qualcosa del genere nel vecchio continente. E il film? È simpatico pure lui?

Sì, è simpatico, o perlomeno risulta simpatico a me, anche se fra il suo essere simpatico e il suo essere un film riuscito ci passano gli abissi del pasticcione fin troppo ambizioso, casinista e fuori controllo che Besson ha realizzato. Mi risulta simpatico perché ho una predilezione per i pastrocchi problematici ma che ci credono tantissimo, esprimono voglia, forza e sincero entusiasmo, sono figli di una mente creativa che sta davvero cercando di inseguire qualcosa e non si limita al filmino pianificato dal comitatone di produzione. Sono, magari, film meno riusciti rispetto a tanti compitini precisi e puliti, ma hanno spesso dentro qualcosa di buono, che si merita un abbraccio e una pacca sulla spalla. Ecco, Valerian e la città dei mille pianeti, in fondo, è un po' così. È un mezzo disastro, è pieno di problemi e non è certamente un film che funziona dall'inizio alla fine, ma quando funziona - per esempio per buona parte della prima metà - ti riempie gli occhi una maniera forte, ricca di fantasia, furiosa e fresca, pur nel suo frullare assieme e rielaborare centomila suggestioni viste in ogni dove.

Cose a caso perché sì: The Movie.

È, soprattutto, un film di Luc Besson, con il suo stile registico, la sua pacca visiva sregolata, la sua maniera incredibilmente frenetica ma leggibile di montare le scazzottate e il suo umorismo pacchiano fuori controllo che azzecca una gag ogni dodici. È, se vogliamo, la sua versione di Jupiter, quindi un film ancora più stupidino, surreale e buttato per aria di quanto già non lo fosse quello dei Wachowski. I suoi momenti migliori sono quelli in cui Besson veramente se ne frega e fa il cazzo che vuole, mangiandosi tutto e tralasciando il resto. Dove poi il resto sarebbe quel che gli serve per mettere assieme un film davvero bello ma che, tanto, qui non c'è. Perché sì, la scrittura è ordinaria, confusionaria, spesso poco ficcante nei dialoghi e nelle gag. I due protagonisti hanno il carisma e l'intesa di un forno a microonde e un comodino che cercano disperatamente di essere Han e Leia ma non arrivano manco a Sandra e Raimondo. Il personaggio di Rihanna è la classica cosa magari simpatica sulla carta che però occupa più spazio del dovuto, è proprio gestita male e crolla miseramente quando prova a prendersi sul serio (e la sua voce è terribile a livello di mix audio). E ancora, l'intreccio è prevedibilissimo per chiunque abbia visto o letto due o tre storie di genere e nella parte precedente al finale, dopo un'ora e mezza di narrazione stupidotta ma apprezzabile nella sua essenzialità e nel suo comunicare soprattutto per immagini e azione, esplode un improvviso panico da sfiducia nei confronti dello spettatore e scatta un frullato di spiegoni per lo più superflui, che non so quanto duri ma mi è pesato come se andasse avanti per un'ora.

Oh, poi comunque lei si lascia guardare, eh.

Insomma, non è che non capisca come mai abbia fatto schifo a molti. Eppure, sotto la sua coltre di difetti e di pasticci, c'è appunto un pasticcione di quelli a cui non riesco a non voler bene. C'è una prima ora abbondantissima in cui quelle cose non funzionano tanto quanto, ma Besson fa talmente il grosso che a momenti non te ne accorgi. È tutto enorme, coloratissimo, pieno di idee e invenzioni che a Hollywood diluirebbero fra quattro film Marvel, due DC, un paio di Star Wars e altre sei o sette megaproduzioni, mentre Besson le piglia e le strizza tutte nello stesso film. C'è più fantasia qua che in tutto il cinema grosso degli ultimi due anni e il bello è che c'è nonostante poi sia fin troppo evidente l'elemento citazionistico, la voglia di frullare assieme suggestioni pescate da tutta la fantascienza possibile e immaginabile, il modo surreale e pacchiano con cui si mescolano paesaggi assurdi da fumetto francese, sequenze uscite per direttissima dal videogioco contemporaneo e perfino lampi improvvisi da retrogaming. È tutto enorme e strapieno, ha tutto una profondità di campo che non finisce mai, perfino il 3D non è male, e sì, magari qua e là gli effetti al computer non sono impeccabili, ma c'è talmente tanta roba che faccio fatica a lamentarmene.

Mass Effect vi saluta con affetto.

E poi, veramente, è un film entusiasta. C'è proprio l'entusiasmo, una voglia sregolata che nei film da comitatone con un easter egg paraculo programmato e targettizzato alla perfezione ogni dieci minuti non dico non ci sia, ma risulta troppo più smorzato. E quindi mi sta simpatico, di questi tempi più che mai.

In Italia esce addirittura il 21 di settembre. Magari l'autunno porta bene.

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