Cazzeggiando con Spider-Man: Homecoming

Cazzeggiando con Spider-Man: Homecoming

Non voglio fare il sociologo da strapazzo (quale tra l’altro sono), però ho come l’impressione che, da qualche anno a questa parte, la percezione che pubblico e critica hanno dei cinecomics, della Marvel soprattutto, sia di quel polarizzante al limite del fastidioso. Prima c’è tutta la fase di hype, con onanismo a profusione da parte dei fan; poi, una volta che il film approda nelle sale, ecco le due barricate, guelfi e ghibellini: da un lato, pubblico e una piccola parte della critica secondo cui, ogni volta, “Questo è il miglior film della Marvel”; dall’altra, invece, con sempre maggior incidenza, troviamo lo snobismo sperticato di quelli che tendono a sminuire il prodotto che, tuttavia, puntualmente vanno ad alimentare. Io non dico di stare nel mezzo, però ecco, i film della Marvel li trovo semplicemente divertenti. Alcuni riuscitissimi, altri un po’ meno, ma tutti divertenti. E questo Spider-Man: Homecoming non è assolutamente da meno, anzi: era da tempo che non mi gasavo così tanto guardando un film al cinema.

La cosa più riuscita di questo secondo reboot cinematografico dell’Uomo-Ragno è senza dubbio la fase di costruzione del personaggio: non c’è. Anzi: al posto di tutto il pippotto sulle origini dell’eroe e la rava e la fava, gli sceneggiatori hanno deciso di tagliare corto, inserendo il protagonista direttamente sul campo, esattamente dopo gli eventi in Germania di Captain America: Civil War; una scelta che paga, immergendoti subito nell’azione ed evitando tutta la retorica da quattro soldi sull'ennesima morte dello zio Ben, quella che "Da grandi poteri derivano grandi responsabilità". E sì, insomma, vivaddio la Marvel che se ne sbatte altamente i coglioni, da sempre o quasi, di tutta ‘sta roba. Comunque, dicevo che in questo modo, all’inizio del film, Spider-Man è già bello che formato. In realtà non è proprio così, o meglio, lo è in termini di figura, ma non di costruzione del personaggio, la cui crescita è veicolata dalla formula del coming of age. Non c’è alcun drammone alle spalle di questo Peter Parker: è semplicemente un teenager che affronta quello che è sì il più grande problema di quando hai quindici anni, appunto l'avere quindici anni. Le ragazze che ti rimbalzano puntualmente a scuola, la voglia di diventare rapidamente adulti, la sfiga che ti perseguita. È uno Spider-Man al passo coi tempi, questo, e che solo raramente eccede in giovanilismi, seppur sempre mascherati da quella patina di humor ormai tipicamente marveliano.

Con una zia così, nemmeno io mi farei domande su dove piffero siano i miei veri genitori.

Spider-Man: Homecoming mixa perfettamente la crescita di questo Peter Parker acerbo, cresciuto appunto nell’era mediale degli Avengers cui aspira ad inserirsi il più presto, alla spettacolarità tipica di quello che ormai da tempo è un vero e proprio genere cinematografico. Soprattutto la scena centrale di metà film, che non sto qui a raccontarvi, è strariuscita. Lo è nei ritmi e lo è soprattutto per com’è ben costruita attorno al personaggio, cioè un Peter Parker che non è né l’esaltata macchietta di Andrew Garfield né il forse fin troppo introspettivo Tobey Maguire, quanto, più semplicemente, un simpatico e sfigato bimbominchia incarnato perfettamente da Tom Holland. Che però non è l’unico interprete di rilievo: il villain di turno è infatti riuscitissimo, interpretato dal solito fantastico Michael Keaton, il cui personaggio strizza tra l’altro l’occhio al Birdman che l’ha riportato alle luci della ribalta (ma Homecoming è strapieno di deliziose citazioni). Senza contare poi il supporting cast adorabile, a partire dal divertentissimo Jon Favreau, per finire col solidissimo Robert Downey Jr.: la scelta, da parte degli sceneggiatori, di renderlo come figura paterna ad intermittenza è perfetta in ogni sua possibile sfaccettatura.

Un adorabile Spider-Man di quartiere mentre cerca di sventare il crimine, con annesse battute (volutamente) da rivedere.

Quindi è tutto oro quel che luccica? Certo che no. Banalmente, seppur abbia una sua personalità ben configurata (e qui si percepisce, invero, come Marvel abbia realmente preso a cuore la giusta critica spesso mossa a suo sfavore, cioè che tutti i suoi cinecomic sembravano girati con lo stampino), gli manca un altro po’ di coraggio. Sì, lo so, è quel che tutti dicono ad ogni giro. Ma, oh, prendiamo in esame una delle componenti narrative che più hanno attirato la mia attenzione: la critica che viene fatta, in modo nemmeno troppo velato, all’establishment, da parte soprattutto di quei colletti blu della rust belt che, nel novembre scorso, si sono riversati sulle urne per dare il proprio voto a Donald Trump. Una classe operaia che si sente schiacciata da chi sta più in alto (“Come pensi che Stark sia arrivato ad avere tutto quello che ha?”, cito una battuta andando a memoria), e che si ribella come meglio può. Sia chiaro, come ho scritto in apertura, benedico la Marvel per non inserire nelle proprie pellicole lezioncine più o meno retoriche; però, a questo punto, avrei apprezzato qualcosa in più del semplice accenno da mordi e fuggi. In ogni caso, bene così. Jon Watts (regista giovanissimo, noto soprattutto per Cop Car) con questa pellicola è riuscito a rendere divertente e scorrevolissimo un episodio inevitabilmente filler, per quella che si appresta ad essere una nuova saga della Marvel, in attesa di qualcosa con un po’ più di ciccia.

Ho visto Spider-Man: Homecoming doppiato in italiano e, devo dire la verità, non mi è affatto dispiaciuto, nonostante le tipiche remore di sorta. In chiusura, ammetto che il film mi è piaciuto particolarmente anche per gli errori di gioventù con annessi cazziatoni ricevuti in adolescenza. Ma insomma, a chi non è mai capitato?

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