Indie alla Nordic Game Conference: Episodio 1

Indie alla Nordic Game Conference: Episodio 1

Tradizionalmente, nelle fiere dalle dimensioni contenute e per lo più dedicate agli addetti ai lavori, tendono a trovare spazio soprattutto le piccole e medie produzioni indipendenti, con tanti titoli sparsi per uno showfloor dagli spazi ridotti e orde di sviluppatori che vagano per la fiera, saltando come trottole da un appuntamento all'altro, mostrando le loro creazioni, stringendo nuovi contatti, cercando publisher. Non fa eccezione la Nordic Game Conference 2017, dove si mette in mostra una discreta quantità di giochi, che pian piano, negli spazi fra una conferenza e l'altra, sto cercando di provare. Roba bella, roba interessante, roba promettente, roba di cui scribacchio nei ritagli di tempo, cercando di dedicare due righe a tutto (che, comunque, rispetto all'anno scorso non sembra essere poi moltissimo). Oggi, per esempio, ho due giochi di cui parlare.

Morkredd

Ennesimo prototipo nato durante una game jam, Morkredd sta pian piano maturando e diventando una proposta commerciale sensata, nella speranza di trovare un publisher proprio qui alla Nordic e recuperare quindi quel che serve per procedere con lo sviluppo, arrivando magari a una pubblicazione su console e PC. Il gioco di Hyper Games ruota (letteralmente) attorno a una sfera luminosa, che proietta ombre letali tutto attorno: la creatura umanoide protagonista deve restare alla luce, perché se mette piede nell'oscurità ci lascia le penne, e le stesse ombre proiettate dai giocatori risultano letali per i loro eventuali compagni (prevista la co-op, online e offline, per un massimo di tre partecipanti, dato che quattro intaserebbero troppo l'area di gioco).

La sfera luminosa va fatta rotolare lungo i livelli spingendola con le sante manine. Se la si spinge in due o in tre, va più veloce, ma chiaramente si rischia di ammazzarsi a vicenda con le ombre. Sfruttando le ombre proiettate, ma anche i coni di luce, è possibile interagire con gli ambienti, eliminando pericoli, attivando meccanismi e pasticciando coi puzzle. Non mancano trappole assortite e non sono previste interazioni d'altro tipo, tant'è che si controlla tutto con una levetta analogica e probabilmente verrà inserita una modalità tramite cui comandare due personaggi con lo stesso pad, un po' sul modello di Brothers: A Tale of Two Sons. Anche perché molti puzzle non possono essere risolti da soli. Ah, il titolo, in vichinghese, significa “paura del buio”.

Moons of Madness

Il titolo dice più o meno tutto: ci si ispira dichiaratamente al lavoro di H.P. Lovecraft, ma lo si sposta in un'ambientazione fantascientifica, trasportando quindi tutto il lavoro di suggestioni e deformazioni della realtà dal taglio orrorifico in un contesto da spazio profondo. Il gioco, sviluppato da un team norvegese (RockPocketGames) che mira a portarlo su PC, PlayStation 4 e Xbox One, è un'avventura in prima persona, che punta fortissimo su atmosfera, narrazione ed enigmi, senza l'ombra di un combattimento. E mi ha messo un po' in crisi sul sistema di controllo, non perché sia ostico o scomodo, ma perché fino all'altro ieri premevo F per interagire e C per chinarmi (ciao, Prey), mentre qui c'è il tasto sinistro del mouse per interagire (del resto non si combatte) e CTRL per chinarsi. Ma insomma, problemi miei.

La demo piazza nei panni di un astronauta che si ritrova su una luna, alle prese con qualche problema al suo veicolo, impegnato in una passeggiata con tuta e casco per rimettere in funzione alcune strutture elettroniche collegate a dei pannelli solari. Il sistema di controllo, piuttosto semplice, mette a disposizione un bel pezzo di tecnologia da polso, tramite cui è possibile eseguire dei veloci scan per evidenziare gli oggetti interattivi e con il quale collegarsi anche a distanza alle varie apparecchiature, per controllarle senza necessariamente doverle raggiungere (cacchio, in Prey è un potere ottenibile a caro prezzo di neuromod!). Chiaramente, la struttura degli enigmi si appoggia anche su questa opzione, con per esempio la strumentazione di uno dei pannelli solari (che vanno orientati per caricare al massimo l'energia) irraggiungibile a causa di un incidente.

Inizialmente ci si limita ad esplorare, affrontare piccoli enigmi, tenere d'occhio il livello dell'ossigeno (ci sono apposite stazioni presso cui rifornirsi) e chiacchierare alla radio con un compagno, sfruttando o meno la possibilità di approfondire alcune conversazioni con un tasto apposito. Dopo un po', però, entrano in gioco le suggestioni horror, col protagonista che viene assalito da interferenze, suoni bizzarri, visioni assurde e finisce addirittura trasportato in una sorta di realtà parallela (o è un viaggio nella sua mente?), dove si ritrova ad avere a che fare con visioni bizzarre di un personaggio femminile (la madre?), lampi che sembrano arrivare da passato e futuro e altre sciccherie. L'atmosfera c'è, le idee sembrano non mancare, i “Buh!” fanno il loro dovere e nel complesso il gioco ha un bel potenziale.

E per oggi, sul fronte indie alla Nordic, direi che è tutto. A domani(?)!

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