Tredici, o la difficilissima leggerezza di essere paraculo

Tredici, o la difficilissima leggerezza di essere paraculo

Ogni tanto è facile trovare un prodotto d’intrattenimento sulla bocca di tutti. Alle volte si tratta di successi annunciati e attesi, come può essere un Breath of the Wild, roba amata da chi ne è stato colpito e desiderata visceralmente da chi, per mille motivi, è momentaneamente rimasto a bocca asciutta. Spesso, soprattutto di questi tempi in cui l’offerta doppia la domanda, alcuni prodotti arrivano direttamente sulla nostra tavola senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, instaurando dalla sera alla mattina dei trend capaci di colpirci sotto il naso, dandoci una volta di più l’annosa responsabilità di decidere se seguirli e farci investire dal treno, cambiando le nostre priorità del momento, o lasciare anche questa novità a marcire sul fondo di quel backlog da cui, realisticamente, non recupereremo mai niente.

Lo scorso mese, Netflix ha pensato bene di caricare in blocco sui suoi server una nuova serie originale, Tredici (Thirteen Reasons Why), tratta dall’omonimo romanzo di Jay Asher, e per un motivo o per l’altro ne ho sentito parlare in toni entusiastici da tutte le direzioni. La trama narra le vicende di un gruppo di ragazzini di una scuola superiore medio borghese americana, tutti chiaramente diversi l’uno dall’altro per passioni, situazioni familiari e quant’altro, legati assieme da Hannah Baker, loro compagna di classe che, prima di suicidarsi, ha inciso sette audiocassette in cui racconta i tredici motivi per cui ha deciso di togliersi la vita.

Suona familiare? Ovviamente sì. E, non so voi, ma a me le robe con i ragazzetti delle superiori americane hanno rotto quando alle superiori ci andavo io, ché la scuola di per sé è una gabbia di scimmie che vogliono evadere e non vedo perché volerci tornare per un’opera di fantasia; figuratevi quanto possono andarmi a genio in questo periodo storico di disagio millennial e hipsterismo dilagante. Poi, intendiamoci, non è necessariamente detto che tutto quello che pesca a piene mani da questi cliché non mi piaccia, tantomeno che sia brutto tout court. Dico solo che, se da un lato c’è stato lo sviluppo di un’intolleranza e idiosincrasia verso l’estetica vaporwave, o una tendenza a bollare come derivativo tutto quello che cita o omaggia una certa cinematografia (spesso facendo la figura degli ignoranti o proprio di quelli che non c’hanno capito nulla, come successo con Stranger Things), dall'altro, tutto quello che si rifugia in un intreccio di tardo-adolescenti turbati e hipster (chi più chi meno) finisce per essere acclamato come prodotto maturo, avveniristico, imprescindibile o chissà che, senza rendersi conto che metà del lavoro lo fanno proprio una direzione artistica paraculo e quel malriposto senso di nostalgia.

Penso banalmente a Gone Home, ritenuto da molti l'esponente più coinvolgente e brillante dei walking simulator, quando in quello stesso periodo è arrivato sugli scaffali di Steam The Stanley Parable, molto più crudo e capace di reggersi senza ricordarci quanto si stava bene quando si soffiava nelle cartucce prima di giocare con lo SNES (friendly reminder: faceva abbastanza girare il cazzo). Ma anche a Life is Strange, un’avventura simil-Telltale talmente sorretta dalla sovrastruttura dell’hipsterismo che se si fosse chiamata Comodo Instagram, ma vuoi mettere fotografare su pellicola? - The Game nessuno avrebbe avuto da ridire.

"I feel sick" è la stessa cosa che ho detto io alla fine del primo episodio di Life is Strange.

Con questo non voglio dire che Gone Home non abbia un’atmosfera pazzesca, o che non provi a raccontare con capacità e gusto qualcosa che nei videogiochi viene spesso data per scontata o, al contrario, trattata con quella goffaggine grottesca tipica delle animazioni di un Mass Effect a caso. O che Life is Strange non sia in grado di costruire qualcosa con una banda di personaggi bidimensionali e risaputi al limite dell’insopportabile, o con dei dialoghi veramente ridicoli e monocorde… certo, qui ci vuole anche tanta voglia di crederci da parte del fruitore, ma insomma, è innegabile anche che per coinvolgere milioni di persone semplicemente tirando cliché allo schermo ci voglia una certa capacità. Il punto è che, probabilmente, senza tutta la sovrastruttura finto-nostalgica delle dinamiche relazionali adolescenziali, delle Polaroid e tutto il ciarpame desueto che però ci fa ricordare quanto eravamo giovani e belli, metà dei prodotti che hanno segnato l’ultimo lustro sarebbe probabilmente più brutta, o addirittura una cagata senza appello.

Il prodotto paraculo prende queste cose qui, le mescola assieme a una trama più o meno forte e coinvolgente, e viene dato in pasto a una folla inconsciamente convinta che si stava meglio quando si stava peggio, quando al posto della moglie, delle bollette e del lavoro (o assenza dello stesso) c’erano un susseguirsi di passione e facciate, interrogazioni farsesche e corridoi in cui vigeva la legge della giungla. La mente è uno strumento potente, in grado di farti ricordare con affetto anche qualcosa che hai odiato e che, col senno di poi, è solo la prima voce di un menù che ha sostanzialmente due, massimo tre portate. E, non a caso, la confezione paraculo sta lì appositamente per calcare la mano su quegli aspetti che ricordi con affetto, mascherando il retrogusto di merda dalla tua memoria con una piccola mentina in grado di coinvolgerti con personaggi che devono veicolare una storia a cui, nelle speranze dei produttori, dedicherai una buona fetta del tuo tempo libero.

Il primo episodio è per metà una serie di gag sul come far andare una merdosissima audiocassetta nel 2017.

Tredici ha tredici episodi, per una durata approssimativa di tredici ore. Se siete arrivati fino a qui, avete capito che sono una persona tendenzialmente meschina a cui la scuola non ha lasciato che cicatrici e che raramente subisce il fascino della nostalgia, per cui già alla fine della prima puntata volevo menare tutti fortissimo e, tutto sommato, ero anche piuttosto contento che la protagonista avesse deciso di suicidarsi prima che la conoscessi. Ma, allo stesso tempo, grazie alla magia della scrittura, non ho potuto fare a meno di rimanere intrigato dal piglio quasi investigativo con cui vengono dipanati gli intrecci che legavano Hannah ai suoi motivi, che scopriamo puntata dopo puntata grazie a Clay Jensen, proverbiale ultimo degli stronzi che si vede recapitare le audiocassette della defunta, cominciando così la lunga strada verso la verità. In effetti, il più grande punto di forza di Tredici è proprio che la verità è già lì, sotto gli occhi di tutti: Hannah Baker si è suicidata, è morta, e niente e nessuno la farà tornare indietro. Però noi non possiamo fare a meno di voler sapere perché.

Un meccanismo morboso, che viene messo perfettamente in moto da personaggi impeccabili nel loro essere adolescenti medi con problemi, insicurezze, sfighe, schifo esistenziale e tutto quello che passa nello spettro dei personaggi tipici da serie ambientata nella high school americana, così vicina e così lontana da quella in cui siamo cresciuti da questo lato dell’oceano. In effetti, la bravura degli sceneggiatori è stata quella di mettere in primo piano cinquanta sfumature di quel male di vivere che accompagna la vita dei ragazzi dentro e fuori la scuola, evidenziando diversi aspetti con il giusto tocco e senza scadere troppo nelle retoriche narrative. E infatti anche i cliché e le storture tipiche della messa in scena dei rapporti genitori/figli non scadono mai davvero nell’insostenibile, ma anzi tratteggiano alcuni personaggi senza appesantirli troppo, dando il giusto peso a ogni componente del nutrito gruppo di brufolosi di cui scopriremo ogni più intimo segreto. A ben pensarci, rivelazione dopo rivelazione la stessa Hannah sboccia, passando da martire di un meccanismo capace di piegare le persone più deboli a personaggio molto più profondo, strutturato e tutt’altro che semplice, capace di dare un peso e una coerenza devastante a un gesto come il suicidio.

Sebbene non manchino lungaggini o elementi meno riusciti, Tredici è dunque più che meritevole del vostro tempo. Al netto delle audiocassette (fino a oggi rimaste inutilizzate nel pantheon dei vecchi supporti di merda di cui non si sentiva la mancanza e oggi realisticamente in corsa come supporto hipster d’elezione spalla a spalla col Betamax), la paraculaggine più marchiana di Tredici è quella di voler per forza rappresentare ogni singola razza, religione e orientamento sessuale fino all’ultimo minuto. Una scelta perfetta e condivisibile nei momenti alti, che colpiscono in maniera disarmante e conferiscono pathos a un’intera puntata, ma che in alcune circostanze risulta quasi “dovuta” più che necessaria alla trama, finendo per risultare doppiamente stonata in un contesto così vario e capace di evidenziare come, in fondo, non contino il colore della pelle, il sesso, l’orientamento sessuale o la religione: le persone che non sono ripugnanti sono molto rare, l’adolescenza è esecrabile e, di base, se avete nostalgia per un periodo come quello delle superiori, probabilmente siete uno dei motivi per cui i vostri vecchi compagni non si presentano alle riunioni degli ex alunni.

Ho visto Tredici su Netflix, in lingua originale sottotitolato in inglese. Ho visto un video di Nocoldiz con le voci italiane e, al netto delle scemenze aggiunte, mi sembra di capire che non abbiano azzeccato mezzo doppiatore.

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