eXistenZ #49 – Elle, quel troll di Paul Verhoeven, i videogiochi come lavoro credibile al cinema e mamma quanto è brava Isabelle Huppert

eXistenZ #49 – Elle, quel troll di Paul Verhoeven, i videogiochi come lavoro credibile al cinema e mamma quanto è brava Isabelle Huppert

eXistenZ è la nostra rubrica in cui si chiacchiera del rapporto fra videogiochi e cinema, infilandoci in mezzo anche po' qualsiasi altra cosa ci passi per la testa e sia anche solo vagamente attinente. Si chiama eXistenZ perché quell'altro film di Cronenberg ce lo siamo bruciato e perché a dirla tutta è questo quello che parla proprio di videogiochi.

Milano, primi anni Novanta, mi adagio placido su un seggiolino del Pala… credo fosse ancora Trussardi, o forse Vobis, per l’ennesima proiezione di un Dylan Dog Horror Fest. Il film è The Ambulance, di Larry Cohen, e non ho la minima idea di che impressione potrebbe farmi se lo rivedessi oggi, ma all’epoca è uno spacco, specie con quel pubblico che sbraita e si agita tutto, a maggior ragione per un ragazzino alla sua prima o seconda esperienza con un festival cinematografico di quel genere. Fra le cose che mi restano impresse del film e che me lo rendono simpatico c’è il lavoro del protagonista, un poco più che trentenne Eric Roberts impiegato come fumettista presso una certa qual casa editrice gestita da Stan Lee, qui alla sua prima apparizione cinematografica. È forse la prima volta che vedo un film con un protagonista fumettista e con quel genere di lavoro trattato come una cosa seria, normale, non come una curiosità. Magari è anche l’ultima.

Pare buffo stare qui a chiederselo, però... al cinema vediamo gente che lavora in tutti gli ambiti possibili e immaginabili ma… nei fumetti? Quanto spesso? E quanto spesso trattando la cosa in maniera normale, come se fosse un lavoro qualunque? Ce ne saranno anche, eh, ma io non mi ricordo altri esempi. E, a pensarci bene, con la gente che lavora nei videogiochi non va in maniera molto diversa. Non so neanche perché dovrebbe fregarmene qualcosa, suppongo sia un fatto di interessi personali, ma tant’è, guardando Elle ci ho fatto caso. Ci ho fatto caso perché, magari sbaglio, Elle è il primo film che vedo in cui svariati personaggi lavorano nel settore dei videogiochi e la cosa viene trattata come assolutamente naturale, pura routine, come se fossero impiegati in una pasticceria. Costituisce un elemento importante del racconto, certo, e Verhoeven ci gioca alla sua maniera, ma funziona come potrebbe farlo, che ne so, il lavoro in un’officina. È buffo? È strano? È degno di nota? La faccio più grossa di quanto non sia? È solo una scusa per scriverne in un episodio di questa rubrica? Vai a sapere.

In Elle, Michèle Leblanc (Isabelle Huppert), donna dal passato tormentato che quel furbetto di Verhoeven svela pian pianino, è a capo dello studio di sviluppo fondato da lei stessa e attualmente al lavoro su un progetto fondamentale, che potrebbe cambiarne le sorti. Il nervosismo vola alto ma Michèle gestisce tutto con ruvida fermezza e disinvolta ironia. A "interpretare" il ruolo del progetto in questione c'è una versione modificata di Styx, di Cyanide Studios, qui parzialmente riadattata per soddisfare il cliché del videogioco fantasy brutale e sessualizzato. Lo sviluppo di videogiochi è tema parallelo, al limite tangente, a ciò di cui parla il film, ma fa anche da contesto perfettamente centrato per dare sfogo a parte delle tematiche e della storia. Verhoeven, del resto, utilizza lo Styx fittizio (o, ehm, virtuale) un po' sulla falsariga dei suoi classici telegiornali sparati a mille in RoboCop e Starship Troopers, buttando nel mucchio esplosioni sessuali tentacolari e sparando improvvise frustate satiriche che hanno l'antico sapore di #gamergate.

E del resto stiamo parlando di un film che si apre su uno stupro, mostrato poi a più riprese senza alcun pudore, ma anche senza il minimo spirito pruriginoso, e la cui protagonista domina con le proprie forze in un ambiente maschio, maschilista, carico d'invidie e rancori a cui lei non sfugge neanche per un secondo e che anzi affronta di petto, alla sua maniera. Michèle è un personaggio complesso, duro, carico di sofferenza ma anche sarcasmo, ironia, forza brutale e pure un po' crudele nell'affrontare la vita. Ha le sue idee ben precise su come gestire quel che le capita e non vuole ascoltare nessuno, va sempre dritta per la propria strada, poco importa se il problema del giorno sia un bug nel gioco in sviluppo, il delirio coniugale del figlio o un assalto sessuale subito in casa propria. E Isabelle Huppert interpreta in maniera meravigliosa, sfaccettata, folle, un personaggio che d'altra parte sembra scritto per lei, per la sua figura e il suo stile recitativo così particolare e caratteristico.

Ma ovviamente, per quanto sia “comodo” come spunto per trattarlo in questo contesto, parlare di Elle solo in quanto film che tratta i videogiochi in una certa maniera sarebbe riduttivo, perché costituiscono appena un elemento del gran frullatone che quel meraviglioso semi-ottantenne di Paul Verhoeven ha tirato fuori. E sarebbe altrettanto riduttivo trattarlo unicamente come sexy thriller, cosa che sostanzialmente Elle non è, se non per brevi tratti e per la parte conclusiva in cui esplode il solito Verhoeven sparato a mille, quello per cui la differenza fra il cadere nel ridicolo e il voler ridicolizzare sta negli occhi di chi guarda. Elle si sposta fra i generi, salta avanti e indietro con un’eleganza e un agilità pazzesche, strappando disgusto, intrigo, risate, lucida follia, affrontando tematiche scomode con la forza di chi se ne fotte del sentire comune e anzi ci gode a scatenare polemiche sterili. Ma il cuore rimane sempre lei, Michèle, unico reale filo conduttore il cui approfondimento e studio è poi ciò che realmente interessa a Verhoeven, impegnato a sviscerarne la complessità, il comportamento talvolta imprevedibile, incoerente, impulsivo, sostanzialmente e profondamente umano pur nell’eccezionalità degli eventi che lo dettano. E forse l’aspetto più spiazzante e difficile da assimilare del film non è l’atto brutale che è costretta a subire o la maniera sorprendente in cui reagisce. Forse, ciò che davvero rompe le convenzioni, lascia di sasso, mette a disagio, è la sua natura di donna forte, dalle motivazioni complesse, sviscerata in ogni aspetto, totalmente in controllo e dominante in un mondo popolato da uomini deboli, passivi aggressivi, in costante difficoltà. Spiazza, perché è l’esatto opposto di quel che ci racconta solitamente il cinema. Spiazza, come spiazza il suo assalitore quando Michèle smette di comportarsi da vittima e diventa invece partecipe consapevole.

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