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Tre giorni su un'isola deserta con La tartaruga rossa

Tre giorni su un'isola deserta con La tartaruga rossa

La tartaruga rossa nasce da una coproduzione fra circa centododicimila loghi, tutti belli elencati nei titoli di coda del film. Quelli più importanti, forse, appartengono a Studio Ghibli e Wild Bunch, considerando che il progetto è partito quando i primi hanno chiesto ai secondi di recuperare il regista di Father and Daughter (cortometraggio premio Oscar nel 2001) perché volevano produrgli un film. Era il 2008, c'è voluto un po' di tempo, ma alla fine l'olandese Michaël Dudok de Wit ha tirato fuori il suo primo lungometraggio, una bomba dalla forza incredibile che davvero unisce i puntini sulla mappa artistica tra oriente e occidente, trovando una sintesi fra scuole diverse ed esprimendo tanto la personalità del suo autore quanto quella di chi gli ha dato una mano (in particolare Toshio Suzuki e Isao Takahata, hai detto niente). Esce al cinema in Italia oggi e ci rimane per tre giorni. Se non lo sapevate, ora lo sapete. Se si manifesta da qualche parte vicino a casa vostra, andateci di corsa. Fra l'altro è interamente privo di dialoghi, quindi non ci si può neanche lamentare per l'adattamento italiano.

Il trailer non lo metto perché SPOILER, quindi vi offro questo.

Ma di che parla? Eh. Lo spunto di partenza vede un naufrago che cerca di cavarsela su un'isola deserta. Per un po', sembra quasi di vedere un Cast Away ancora più coraggioso nel suo raccontare le cose affidandosi alla sola potenza di suoni e immagini, senza neanche infilarci un Wilson con cui far dialogare il protagonista, con un lavoro pazzesco sull'audio ambientale e sulla forza espressiva di un approccio moderno all'animazione tradizionale. E già così, per quanto magari non originalissimo nelle premesse, sarebbe un gran bel film, con tante trovate visivamente incredibili, un bel taglio sognante e avventuroso, due o tre momenti di tensione improvvisa da tagliare col machete. Poi, però, arriva la tartaruga rossa.

E qui abbiamo un problema. La tartaruga sta nel titolo del film, non mi sembra di rovinare particolari sorprese menzionandola, ma vorrei limitarmi a questo, perché davvero la sua storia è talmente bella, ben gestita nei tempi, nel ritmo e in quel che accade, da farmi passare la voglia di svelare dettagli al riguardo, anche solo quel che si vede nel trailer. Ma allora che facciamo? Facciamo così. La tartaruga rossa è un film meraviglioso, che racconta una storia dai tratti fantastici ancorandola alla realtà tramite un lavoro pazzesco sugli ambienti, sui dettagli, sulle piccole cose. Mescola meravigliosamente bene sogno e realtà ma trova i suoi momenti più forti quando parla di gesti semplici, di momenti naturali che fanno parte della vita, di legami umani, rapporti di sangue, crescita personale, unione fra uomo e natura. Si lancia in arditi metaforoni ma di fondo funziona anche e soprattutto per la forza letterale con cui racconta la vita. Ed è bellissimo.

Il film dovrebbe essere fuori in un centinaio di sale, quindi, insomma, magari, con un po' di fortuna, è recuperabile. Sul serio, ne vale la pena.

Outcast Reportage: GDC 2017 disponibile!

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Letture per il weekend – 25/03/2017

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