The Crow’s Eye - Iceberg di follia nel mare della banalità

The Crow’s Eye - Iceberg di follia nel mare della banalità

C’è ancora posto per la mediocrità, nel panorama dell’industria videoludica di inizio 2017? Con un inizio d'anno fra i più fulminanti che si ricordi, carico di titoli eccezionali e attesi da tempo, c’è ancora spazio e tempo per giocare a quei titoli un po’ “così e così”? Badate, non ho detto brutti, ma nemmeno belli, insomma quei giochi del tipo “È intelligente ma non si impegna”.

The Crow’s Eye è così, lungi dall’essere rivoluzionario o superbo ma anche dotato di qualche spunto interessante che gli impedisce di essere un fallimento totale. Ma andiamo con ordine. Anche solo guardando gli screenshot, è evidente che il gioco di 3D2 Entertainment trae forte ispirazione, quantomeno atmosferica, da Amnesia e BioShock. Dal primo eredita gran parte dell’aspetto visivo, con corridoi e stanze vittoriane dismessi e semi-bui, pur presentandoli in maniera molto meno efficace anche a distanza di anni; dal secondo eredita le modalità narrative con gli appunti da trovare in giro, per mettere insieme i pezzi della storia, e le comunicazioni via walkie-talkie con altri personaggi, oltre a un’interfaccia vintage tondeggiante. Ciononostante, The Crow’s Eye è fondamentalmente un’avventura puzzle horror in prima persona, relativamente scevra di scare jump (deo gratias) e altri triti cliché del genere, mirando piuttosto all’esperienza di giochi come Portal, al quale strizza l’occhio con la grazia dell’amico che ti tira il gomito e dice: “Eh, eh, ho fatto una citazione a Portal, hai visto? Eh eh, ho messo dei cubi rosa, hai visto?”.

Se guardate abbastanza a lungo, vi renderete conto che non è uno screenshot di BioShock giocato con le impostazioni grafiche al minimo.

Ambientato nel 1966, The Crow’s Eye racconta di un non meglio identificato personaggio che si sveglia in un’università medica abbandonata e deve farsi strada attraverso la struttura, guidato da un pazzo maniaco che gli parla attraverso gli altoparlanti. Si scopre ben presto che la struttura è stata abbandonata anche perché, vent’anni prima, alcuni studenti sono misteriosamente scomparsi nel nulla… e non aggiungo altro per evitare di rovinare le sorprese. Ora, detta così, sembra la trama più generica e stereotipata della storia, e in fondo lo è, ma l’incedere del racconto è uno fra i pochi aspetti del gioco che reggono. Gli appunti sparsi per le mappe di gioco sono ben scritti e caratterizzati, e le note vocali tutto sommato ben recitate, a parte caratterizzazioni a volte troppo marcate e grottesche. Le tematiche toccate dalla trama sono trattate in maniera soddisfacente e riguardano principalmente scienza, etica e libero arbitrio. La sezione finale ha almeno un paio di momenti sorprendenti, che lasciano quasi a bocca aperta dal punto di vista visivo, salvo poi perdersi nelle ultime fasi con il più classico e superfluo degli spiegoni.

More of this, please!

Dove il gioco fallisce seriamente, invece, è nella parte più importante: gli enigmi. I puzzle proposti da The Crow’s Eye sono per la gran parte poco o per nulla divertenti e soddisfacenti da risolvere. Una certa tipologia di puzzle che si sblocca grazie a un oggetto che acquisiamo dopo il primo atto del gioco è carina, un paio di situazioni sono ben congegnate, tuttavia sono elementi sparsi che galleggiano in un mare di mediocrità, scandita da enigmi già visti in decine di altri giochi. E non fatemi parlare delle vette di frustrazione nell’enigma del caduceo... se e quando vorrete giocarci capirete. Per altro, spero vi piaccia il platforming in prima persona, perché ce n’è un sacco. Almeno hanno avuto il buon senso di inserire una meccanica di “adrenalina” per rallentare il tempo e facilitare alcune situazioni. A parte questo, c’è ovviamente la solita dose di enigmi ambientali del tipo "trova la chiave/apri la porta", che sono poco più di una scusa per invogliare all’esplorazione degli ambienti di gioco, al fine di trovare gli appunti sparsi in giro. Inspiegabile l’introduzione di un inutile sistema di crafting, che sembra buttato lì tanto per allinearsi ai giochi contemporanei. In generale, The Crow's Eye ha molte ambizioni ma riesce a centrarne solo un paio, anche a causa dei valori di produzione piuttosto bassi. il gioco di 3D2 Entertainment fa il passo più lungo della gamba, inciampa, cade, ma mentre lo fa riesci a vedere sprazzi di ciò che sarebbe potuto essere.

Non me la sento di stroncare totalmente questo gioco: ha molti difetti ma anche qualcosa che mi ha spinto a giocare fino alla fine e mi ha fatto sinceramente incazzare quando un bug (ora risolto) mi ha bloccato per ore a un soffio dalla parte finale. Per essere un titolo indipendente ha buone idee, momenti sorprendenti e una trama ben realizzata, che però sono sospesi in un mare di contenuti banali e che sembrano messi lì tanto per allungare un po’ il brodo.

“C’è del buono, in lui!”, direbbe Luke Skywalker del padre. Sì, è vero, ma ciò non gli ha impedito di sterminare innocenti per vent’anni.

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Ho giocato a The Crow’s Eye grazie a un codice fornito dagli sviluppatori, completandolo in circa sei ore di montagne russe emozionali che coprono tutto lo spettro che va da “Ma che è stammerda!” fino a “Figata!”. Non sono presenti finali alternativi, quindi, quando scorrono i titoli di coda, “That’s all Folks!”.

Old! #201 – Marzo 1997

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