Quella faccia un po' così che abbiamo noi che abbiamo visto San Francisco

Quella faccia un po' così che abbiamo noi che abbiamo visto San Francisco

È un giorno dimenticato di inizio dicembre. Stiamo parlando mentre camminiamo senza meta per una città che non è la nostra e, mentre chiacchieriamo da seccarci la gola di stupidaggini, viaggi e delle cose belle della vita viene fuori che, ehi, quanto è stata fica quella settimana a San Francisco, lo scorso marzo. Tu non sai niente di videogiochi, e ci sta. Forse non mi saresti piaciuta altrimenti, o comunque non era quello il tuo fascino. Però ti piace San Francisco, ci sei stata, e quando ne parlo vedo nei tuoi occhi quel luccichio di chi il Golden State l’ha vissuto, perdendosi tra i dedali americani e s’è sfiancato sui saliscendi che noi genovesi (e abruzzesi, pure) conosciamo fin troppo bene. Certe cose le abbiamo dentro, ci hanno resi resistenti e ruvidi, affascinanti e, in qualche modo, vissuti. Mi racconti che ci sei stata anche tu con le tue amiche, che è stato fantastico, che è tutto così gargantuesco ma allo stesso tempo accogliente, europeo, con un retrogusto di casa. E in effetti San Francisco è tremendamente calorosa nella sua differenza, fa di tutto per abbracciarti, coccolarti e farti stare bene, nonostante costi tutto uno sproposito e da Starbucks non abbiano la focaccia da inzuppare nel White Chocolate Mocha.

Non bastasse quello, anche io come te ho avuto la fortuna di condividere questo viaggio improbabile con persone fantastiche. Persone che, come dicevo altrove, nel corso degli anni sono diventate maestri, punti di riferimento, membri della famiglia più che semplici amici. E, si sa, le cose belle sono ancora più belle se le fai con le persone a cui vuoi bene. La GDC 2016 è stata la cosa più bella che mi sia capitata lo scorso anno, e non solo per la concorrenza prossima allo zero. In quella settimana sono rimasto chiuso in una camera d’albergo con Ron Gilbert (non è equivoco come sembra), ho parlato d’amore ed ermetismo con mio fratello Fotone, ho sentito uno degli artisti videoludici che più amo mentre faceva beatbox e parlava di sburra per spiegare uno dei videogiochi più belli che abbia mai giocato, ho confermato la prima impressione trovando in Kenobit la persona migliore del mondo, ho colto la benevolenza di un Lucas Pope fantastico e inaspettato, mi sono ricordato di quanto sia bello e rassicurante vivere spalla a spalla con papà giopep, un punto di riferimento incrollabile che il Fuji di Hokusai a confronto puppa la fava™.

Caldo e accogliente.

E ho fatto tutto questo in un posto magnifico, che sa regalare scorci come lo Yosemite Park, teatrale e imponente come solo gli americani e i loro spazi possono essere, ma anche quel quartiere folle di Castro o giù di lì, dove agli angoli della strada ti offrono dosi e cartoni e tu sei lì lì che dici “peccato essere venuti qui solo prima di partire”. A San Francisco, in qualche modo, ho trovato casa. E non mi riferisco al castello di Dreiskull, che comunque è un posto fantastico i cui cassetti sanno regalarti le gioie più genuine e idiote della vita, come l’erba medica o il grande libro delle fighe da colorare. Intendo, proprio, sentirsi a casa. Stretto tra l’abbraccio caldo di un vento gelido, che picchia duro al Pier 39 dopo che sei stato al museo delle cazzate arcade d’antan e ti sei scofanato una crab chowder aggratis. Coccolato da una Mary Elizabeth Winstead gigante che doveva consolarmi dall’esserci persi una delle 73 W di Golden State, e non ho ancora capito se ci sia riuscita o meno. Ringalluzzito da posti fuori di testa come Super7, che a ben vedere è stato proprio quello che nel 2015, sotto un Videopep, ha fatto scattare l’insana idea di prendere e partire l’anno dopo.

Tutto, della scorsa GDC, è stato fantastico. Poco importa esserci andati con un’idea, un presupposto, ed essere tornati con l’ennesima fregatura di un settore abbastanza del cazzo. Voglio dire, stiamo parlando di un settore che ti cresce nel mito dell’E3 e si dimentica di dirti che Game Developers Conference è, effettivamente, il posto più fico del mondo. Un posto dove sì, è vero, in fondo noi finiamo a fare gli imbucati, ma cazzo quanto è bello mangiare allo stesso tavolo di Jason VandenBerghe, chiacchierare delle vacanze italiane con un designer di The Behemoth e dire a Piotr Iwaniki che SUPERHOT mi ha fatto esplodere il cervello. Per fortuna che, in questo settore disastrato, c’è gente che ti dice quanto sia effettivamente fico questo ritrovo di scappati di casa (e tendenzialmente sono loro, quelli di cui bisogna fidarsi).

Al museo delle cazzate arcade d'antan c'è anche la macchinetta che ti dice quanto sei fregno. Io sono "uncontrollable" ❤.  

Personaggi che se ne vengono fuori con controller da leccare, girare, cucire, volare, chiamare, lettera e testamento. Gente che ti fa vedere il loro ultimo gioco in carriera, ché, oh, dai, anche basta ‘ste robe dei giochini, c’abbiamo una certa e anche se ci siamo divertiti un sacco è giusto così. Gente che pure al seicentesimo appuntamento della giornata a illustrare il loro RTS del cazzo non puoi che ammirare comunque per la dedizione, lo sbattimento, il cuore che mettono nel loro progetto, e tutto sommato ti senti pure un po’ stronzo perché sai che tu, di un RTS, non scriverai mai nella vita e tutto sommato hai sprecato l’ultima mezz’ora di entrambi. Ma in fondo sai e/o speri che l’atmosfera fantastica di quella settimana curi i mali e le delusioni di entrambi, comunque felici di essere lì a dire e farsi dire le cose che ci piacciono di più in questo settore di scappati di casa, da cui è comunque difficile tirarsi indietro anche e soprattutto perché offre settimane come questa.

Anche perché, a ben vedere, la GDC non finisce alla chiusura. Letteralmente, ché alle 16 di venerdì 18 marzo c'era ancora David Brevik che parlava del primo Diablo e rispondeva alle domande dell’entusiasta pubblico in sala, protraendo il tutto ben oltre l’orario di chiusura tanto che, alla fine, sono dovute arrivare le gigantesche e nerissime guardie a farci sfollare, ché ne avevano le balle piene.

You came into the Wong neighborhood.

Noi no. Noi ci siamo stretti intorno a quei cinque giorni fantastici, a correre tra una sala e l’altra per assistere a conferenze improbabili inseguendo un click (“L’articolo sul montaggio sonoro di Bloodborne!”) fino alla fine, ché non poteva davvero finire così, anche se era un finale fantastico. Non mi ricordo cosa abbiamo fatto l’ultima sera prima di partire, ma più tento di ricordarmela, più mi sovviene un senso di malinconia più forte di quello che provavo per le cose, molto belle, che avevo lasciato in Italia e che non vedevo l’ora di riabbracciare. Di sicuro so che noi cinque, una volta tornati, ci siamo scritti parecchio, dicendo a turno che “l’anno prossimo di nuovo, per forza”.

La GDC non finisce alla chiusura: ti rimane dentro, ti cambia, ti fa risultare più appetibile ai colloqui di lavoro (davvero!) e alle volte te lo trova anche, un lavoro, come niente fosse, dopo mesi, durante un giorno dimenticato di inizio dicembre. Solo che io, quando sto parlando con te di San Francisco, questa cosa non la so ancora. È un giorno di inizio dicembre diverso da quello bellissimo che stiamo vivendo insieme.

Ricordatevelo.

È un giorno di fine febbraio. Sto per tornare a San Francisco e alle persone fantastiche dell’anno scorso, per un Paolo Paolo Giacci Composer Paolo Giacci che s’è sentito in dovere di diventare un ampolloso adulto con un lavoro vero per mandare avanti la baracca, manco fosse il Ryan Gosling di La La Land, troverò al mio fianco altri compagni di viaggio che sembrano usciti da una barzelletta improbabile: il genovese che traduce in Giappone, il siciliano che sviluppa videogiochi in Svezia, il napoletano che trovava Dio al CERN di Ginevra (e con cui ho trascorso praticamente tutto il mio monte ore di Overwatch, il che lo rende un insostituibile fratello di armi, chat vocali a notte fonda e aneddoti improbabili).

A questo giro parto senza malinconie, senza paure per gli orsi, senza paturnie di dover fare un lavoro più che egregio nella speranza di dimostrare qualcosa a qualcuno. Quest’anno si parte per godersi la destinazione, condividere momenti splendidi, proporsi in giro come uno scappato di casa pieno di cuore e qualche capacità spendibile e, nel frattempo, respirare a pieni polmoni l’aria, l’atmosfera e le storie fantastiche e surreali che riempiono i corridoi del Moscone Center. A quel che succederà dopo ci penserò dopo, un qualche giorno di metà marzo, diviso ancora tra due città che non saranno mai davvero ospitali. Di questo viaggio, però, non ti racconterò nulla, ché a quanto pare non ci parliamo più da un po'. È un peccato? Forse. Ma, come ho imparato l’anno scorso, un qualche giorno di marzo...

E allora avanti dritti, verso l’ignoto, a raccogliere quanto di buono ha da offrire questa nuova GDC: cibi bizzarri, avventure folli, racconti mitologici e storie fantastiche che, prima o poi, racconterò a qualcuno, camminando per qualche città che non è la nostra, sperando di sentirci di nuovo a casa.

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