L’infanzia deviata di Bear With Me

L’infanzia deviata di Bear With Me

Ho il timore di stare per scrivere qualcosa che alcuni considererebbero spoiler, anche se, oh, basta guardare il trailer di Bear With Me per farsi un’idea concreta di quello che sto per scrivere. Comunque, per evitare problemi, prima di scrivere quella cosa vado al dunque con tutto quello che uno magari si aspetta di scoprire in una recensione. Bear With Me è un’avventura grafica niente male, strutturata su tre episodi dalla difficoltà e dalla complessità strutturale crescente. Mette in scena una sorta di film noir giocoso, che recupera tutti i cliché del genere ma li filtra attraverso l’umorismo e la leggerezza di una visione fanciullesca, dando vita a un racconto gradevole, meno prevedibile nelle sue svolte rispetto a quanto possa inizialmente sembrare, forse un po’ impacciato quando alza l’asticella del dramma.

Inoltre, propone enigmi ben strutturati, sempre molto logici, quasi mai eccessivamente difficili ma con un paio di picchi ben piazzati, che spostano l’attenzione dal combinare oggetti all’interpretare indizi sibillini e indicazioni sbarellate. Ha un bello stile grafico, anche se ci sono alti e bassi nelle animazioni e nella caratterizzazione degli ambienti, e una colonna sonora che fa il suo dovere, con un doppiaggio dalla discreta qualità. Non è un capolavoro ma, probabilmente, è un’avventura grafica a cui gli amanti del genere dovrebbero dare una chance.

A posto? OK, dopo il trailer mi esprimo più liberamente. Evito spoiler veri e propri, eh, però magari ci sono cose che uno non vuole sapere in anticipo. Chissà.

La visione proposta da Bear With Me può essere in qualche modo accostata a quella di un Toy Story, anche se si tratta di una vicinanza tematica per lo più superficiale, dato che il gioco di Exordium Games prende sulla distanza direzioni un po’ differenti. Tutto è ambientato in un mondo in bianco e nero, che recupera la mitologia classica da film noir e vi applica sopra il filtro immaginifico di una bambina di dieci anni, Amber, che vive le sue avventure in casa propria immaginandosi come dark lady di turno. Attorno a lei troviamo un cast di personaggi che ricalcano anch’essi i classici caratteri da poliziesco retrò, interpretati dai giocattoli della bambina. Amber viene accompagnata nelle sue investigazioni dal detective Ted E. Bear (che si pronuncia esattamente come Teddy Bear, orsacchiotto) e, nel secondo e terzo episodio del gioco, si trova a percorrere le fumose strade di Paper City, che, fuori dalla sua immaginazione, è solo una città giocattolo costruita in soffitta.

I due indagano su alcuni misteri che si intrecciano nella città e sulla sparizione del fratello di Amber, svelando pian piano una rete di cospirazioni più grande di quanto immaginassero, che coinvolge un po’ tutti i poteri forti e una figura misteriosa di nome Red. La sostanza è che Bear With Me non si fa mancare un singolo cliché del genere e costruisce tutta la sua storia attorno alle classiche faccende di corruzione, disperazione e altri drammi accostabili. Lo fa, però, con un bel gusto nel rielaborare tutto in una visione a metà fra il drammatico e il giocoso e divertendosi un sacco nel far interpretare ogni elemento delle vicende da giocattoli di vario tipo.

In termini di scrittura, il simpatico umorismo non fa forse sempre centro, ma tiene alta l’attenzione dall’inizio alla fine anche grazie all’inevitabile rompere il quarto muro. C’è forse un pizzico di logorrea, ma d’altra parte, quando mescoli la scrittura noir a base di voci interiori narranti e quella tipica da avventura punta e clicca, beh, stai unendo stili che sono logorroici in partenza, quindi figuriamoci. Dove però Bear With Me fa il salto di qualità è nelle fasi finali dell’avventura, quando i nodi vengono al pettine e saltano fuori svolte tutto sommato meno telefonate di quanto ci si potesse attendere. Ti sei ormai convinto della totale prevedibilità di ogni filo narrativo e arrivano un paio di colpi bassi che alzano l’asticella dell’ambizione, fanno salire il tono del dramma e aumentano il fascino di tutta l’avventura. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che si va a percorrere tematiche forse ultimamente un po’ abusate nella scena del videogioco indie, e magari trattate meglio altrove. Quando viene completamente messo da parte l’umorismo, Bear With Me è ammirevole nel tentativo, apprezzabile nel risultato, ma fa forse un po’ fatica, non trovando quella capacità di sintesi fra comicità e dramma che invece emerge a meraviglia nelle migliori produzioni Pixar. E, sì, il paragone è di quelli tosti, forse anche un po’ ingiusti, infatti qua sotto ci metto comunque un Frechete, ma d’altra parte, per tornare a quel che dicevo inizialmente, giocando a Bear With Me è veramente difficile non pensare almeno un po’ a Toy Story. Se la cerca.

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Ho ricevuto dallo sviluppatore un codice per scaricare il gioco da Steam e ho impiegato circa sette ore per portare a termine l’avventura. Mi sono realmente incartato solo sull'enigma che apre il terzo episodio, ma sbattendo un po' la testa contro il muro sono riuscito a cavarmela. Chiaramente, la durata del gioco può variare in base a quanto ci si trova in sintonia con gli enigmi.

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