Il cinema delle BMX

Il cinema delle BMX

Con gli anni Ottanta ho sempre avuto un rapporto parecchio conflittuale. C’è da dire che all'inizio del decennio avevo sette anni, relativamente pochi per avere dei gusti cristallizzati, ma molta della musica che mi veniva propinata, i look pieni di spalline tremebonde e la tamarraggine che stava prendendo piede certo non mi piaceva. Ovvio che con il passare degli anni alcuni di questi punti di vista si sono modificati radicalmente, soprattutto sulla musica, ma perché ho scoperto (purtroppo con imperdonabile ritardo) che non c’erano solo Boy George o Madonna, ma tra un neon e l'altro erano già in giro gruppi come Metallica e Bad Religion, che ancora oggi sono per me veri e propri mostri sacri.

Un aspetto degli anni Ottanta che invece mi ha sempre coinvolto molto, emozionandomi, facendomi addirittura sognare, è stato il cinema. D'altronde, per uno che compiva sette anni nel 1980, non poteva che essere così. Il cinema americano di quel decennio sembrava aver deciso di rendere i ragazzini, dalla pre-adolescenza fino ai quindici o sedici anni, gli indiscussi protagonisti di una serie di pellicole che ancora oggi, dopo trent'anni, non solo possono piacere ad un pubblico giovane, ma sono in gran parte invecchiate benissimo. Anche agli occhi di chi quei film li ha visti al cinema, nelle gloriose sale dove le sedie erano scomodissime e se trovavi uno leggermente più alto di te nel sedile davanti dovevi guardare il film con il collo teso, tipo struzzo in mezzo agli ippopotami.

Che poi uno si chiede come mai proprio nel giro di quattro, cinque anni le sale siano state inondate da pellicole riguardanti ragazzini che vivono in zone americane residenziali ma non cittadine, vanno in giro sulle BMX e hanno a che fare con robe fuori dal mondo. Beh, cercando il filo conduttore, non si può fare a meno di scorgere dietro questo fenomeno il nome di Steven Spielberg che, a volte in qualità di regista, spesso come produttore, è un po’ il deus ex machina di un trend che, possiamo dirlo senza paura di essere smentiti, ha segnato una (ma anche più di una) generazione.

Se si vuole ricondurre tutto ad un inizio, ad un film che ha dato il la al genere, credo che sia impossibile non citare E.T. L’extraterrestre. Curiosamente, nonostante i miei nove anni sul groppone quando uscì in sala che mi rendevano perfettamente in target, per un motivo che ignoro (o che non ricordo) non vidi E.T. al cinema, ma lo recuperai anni dopo, non ricordo se in un passaggio televisivo o in cassetta.

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Nonostante non avesse avuto i miei soldi, E.T. fu un enorme successo, che non solo diede inizio ad un genere, ma rimase così tanto nell'immaginario collettivo che ancora oggi, senza sequel, senza alcuna promozione a posteriori, la frase “E.T. telefono casa” rimane usatissima.

Quello che ha fatto Spielberg con E.T. è stato porre, per la prima volta in maniera così cristallina, una divisione netta tra i ragazzi protagonisti, che proteggono l’alieno, gli sono amici e hanno davvero i mezzi per poterlo aiutare, e gli adulti, che sembra siano incapaci di vedere oltre al proprio naso, ai propri interessi, non accettano il concetto di diverso ma fanno di tutto per catturare il povero extraterrestre e usarlo per i propri fini. Questa dicotomia tra i due gruppi, con ovviamente i militari che sono il peggio del peggio, come in tutte le pellicole dell’epoca, è un concetto che segnerà profondamente la filmografia di quegli anni, ed è fondamentalmente il concetto su cui pone le basi Stranger Things. Undici è E.T (certo, un pelo più sconvolgente come poteri, ma si sa, gli anni passano), e i ragazzi che la proteggono non sono altro che Elliot e soci. E anche qui, lo spiegare agli adulti cosa stia succedendo si rivela un’impresa complicatissima: solo grazie alla loro perseveranza, si apre uno spiraglio nell'incredulità generale.

Ma Stranger Things, ovviamente, non prende solo spunto dalla pellicola seminale di Spielberg. È una citazione continua, a volte palese, a volte più sottile (raramente, per la verità). Sia chiaro, io sono una di quelle persone a cui il citazionismo, anche spinto, non dà molto fastidio. Anzi, se il fan-service è fatto bene, ci sguazzo come un bambino a Natale e la prima serie di Stranger Things l’ho adorata in tutte le sue parti (oddio, magari qualche urlo in meno di Winona Ryder l’avrei apprezzato), anche se, tra una partita a Dungeons & Dragons e BMX come se piovesse, ad altri il tutto è parso un po’ forzato.

Come si diceva prima, il buon Steven Spielberg è un po’ il responsabile di questo filone, e sempre da un suo soggetto nasce un’altra pellicola indimenticabile degli anni Ottanta, I Goonies. Ecco, se E.T. l’avevo evitato non so come al tempo dell’uscita, le avventure della bizzarra combriccola di ragazzini di Goon Docks non me le ero certo perse. Anzi, ricordo che ero corso a vederlo ben tre volte, con i miei genitori che dubitavano che usassi i soldi per andare a rivedere un film visto la settimana precedente.

Se E.T. è stato di ispirazione per Stranger Things per una certa parte della trama e per il mood generale, è abbastanza chiaro che la parte più scanzonata e divertente della serie Netflix deriva proprio dal film di Richard Donner. Sì, proprio lui, quello di Arma Letale, LadyHawke e Superman. E non è che fosse l’unico pezzo da novanta ad affiancare Spielberg, anzi. Alla sceneggiatura ritroviamo il forse meno famoso, ma importantissimo, Chris Columbus. Per chi si chiede chi sia costui, la riposta è semplice: è lo sceneggiatore, oltre che de I Goonies, anche de I Gremlins e Piramide di Paura ed è il regista, tra gli altri, di Tutto quella notte e Mamma ho perso l’aereo, oltre a due Harry Potter (OK, è anche il regista di Pixels, ma insomma, capita).

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Anche ne I Goonies, l’unico baluardo contro la confisca del terreno dove le loro famiglie vivono diventa proprio questo gruppo di ragazzini, tutti particolarmente “sfigati” per un motivo o per l’altro, che però affrontano insieme non solo i pericoli dovuti alla ricerca del tesoro di Willie l’Orbo, ma anche una temutissima, e spassosissima, banda di mafiosi chiamata la Banda Fratelli.

Certo, Stranger Things non ha una verve comica così spiccata ma è anche un prodotto differente. È innegabile, comunque, che alcuni personaggi del film di Donner vengano ripresi quasi pari pari nella serie Netflix. Il concetto, per altro, è sempre il medesimo: il gruppo di ragazzini può fare quello che gli adulti non possono fare, in questo caso salvare la propria casa. Anzi, non solo non possono, ma non vogliono quasi più farlo, probabilmente accecati da una realtà che non prevede il ritrovamento di un tesoro sepolto o scoraggiati dal fatto che i problemi sono troppo difficili da affrontare. E anche qui il concetto del reietto si materializza con l’ingresso in scena di Sloth, il terzo fratello della banda di malviventi, gravemente deforme, che però aiuta i ragazzi a compiere la loro missione, mentre loro lo aiutano a riscattarsi nella società.

L’aspetto che però mi ha sempre emozionato di più de I Goonies è lo spirito di avventura che si respira durante la pellicola. Non vengono catapultati in un altro universo, non devono andare chissà dove, ma lì, sotto casa loro, vivono un’esperienza come giovani Indiana Jones, fra "tracobetti" mortali e cattivi che li inseguono, tutte cose che a dodici anni sognavo di poter vivere almeno una volta nella vita. Come è possibile immaginare, non ho mai trovato nessuna grotta piena di tesori sotto il palazzo in centro città dove vivevo da piccolo, ma insomma, non si può avere tutto.

Oddio, almeno non tutto nello stesso film. Per uno come me, I Goonies aveva un solo grande difetto: non c’erano i computer. Eh no, anche se Data (impersonato dallo stesso Jonathan Ke Quan che l’anno prima era il giovane aiutante di Harrison Ford ne Indiana Jones e il Tempio Maledetto) era un personaggio super smanettone, i personal computer non erano proprio contemplati. Non ricordo se nel 1985 in famiglia eravamo già passati al Commodore 64, o se ero ancora impegnato a copiare listati non funzionanti dalle riviste dell’epoca sul bianco VIC-20, ma una mancanza del genere era effettivamente inaccettabile.

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Ma sempre nel 1985, in un’altra pellicola a base di ragazzini intraprendenti, BMX e gusto per l’avventura, il mitico Joe Dante era riuscito a ficcarci pure un’astronave, il cui sistema principale era costituito da pezzi di un Apple IIc, cosa che placava la mia sete di 8 bit su schermo e che mi ha quasi fatto smontare il computer che avevo a casa per vedere se era fatto nella stessa maniera: Explorers. Che poi, in Explorers (film curiosamente meno conosciuto di E.T. e I Goonies, forse per i toni un po’ più cupi, ma a mio avviso non meno importante) due dei tre protagonisti erano attori che negli anni a venire sarebbero diventati delle star di primo livello, ovvero River Phoenix ed Ethan Hawke.

Il trio di amici riesce a creare una sorta di bolla indistruttibile che può viaggiare nello spazio e dentro la quale ci si può tranquillamente sedere a mo’ di tappeto volante, e come novelli Steve Wozniak (lo sappiamo che quell’altro non ha mai avvitato un bullone), costruiscono una piccola astronave sferica (mettendoci dentro l’Apple IIc di cui sopra) e partono per un viaggio tra le stelle, incontrando esseri che, oggettivamente, visti oggi riescono a malapena a far tenerezza. Sì, Explorers è uno di quei film che, a causa delle soluzioni un po’ troppo pupazzose dell’epoca, il passare degli anni ha fatto invecchiare malissimo, ma insomma, io mi ci vedevo a costruire una cosa del genere nel garage di casa mia. No, per la cronaca non avevamo un garage ne tanto meno sarei stato in grado di smontare il mio personal computer e farlo diventare il cuore pulsante di una navetta interstellare.

Ma sicuramente sarebbe stata una soluzione molto più semplice e meno terrorizzante per me che affrontare mummie, vampiri, mostri non morti e esseri anfibi come capita ai ragazzi di Scuola di mostri, agghiacciante titolo italiano con cui è stato distribuito da noi il ben più sensato Monster Squad, quasi sicuramente per cavalcare il successo strepitoso della serie Scuola di Polizia, che ovviamente con i mostri non ha nulla a che fare.

Scuola di mostri è un caso un po’ particolare: fa sicuramente parte del “Cinema delle BMX”, senza ombra di dubbio, ma è un film anche più adulto, già solo per i dialoghi, spesso infarciti di parolacce o allusioni sessuali che oggi, in un film per ragazzi, sarebbro inaccettabili, il tutto accompagnato da una buona dose di morti su schermo, anche senza sfociare, ovviamente,  nella violenza vera o nello splatter.

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E se i dialoghi e certe situazioni sono un po’ più maturi dei film dell’epoca, gran parte del merito va a Shane Black. Sì, proprio quel Shane Black specializzato nei “buddy cop movies” che, guarda caso, ritroviamo a scrivere Arma Letale, proprio insieme a Richard Donner. Ah, il caso.

La pellicola diretta da Fred Dekker, per altro, è una di quelle che non avevo mai visto (il film è del 1987) fino alla scorsa settimana. Sì, mi cospargo il capo di cenere, ma proprio questa situazione mi permette di fare un paragone tra un film anni Ottanta degli anni Ottanta visto per la prima volta oggi e una serie come Stranger Things, che è anni Ottanta ma è stata prodotta nel 2016. Detto che, al contrario di Explorers, Scuola di mostri è molto godibile ancora oggi (certo, soprassedendo su alcuni effetti speciali), è incredibile come, oltre al tremendo product placement standard dell’epoca (pure le sigarette, ci sono), si trovino alcune citazioni che, se viste oggi, sembrerebbero una roba da fan service: il pigiama di Robotech di uno dei ragazzini o il fatto che uno dei protagonisti debba per forza andare a vedere Venerdì 13 parte 12 con i suoi amici proprio quella sera, perché nei giorni successivi rischierebbe spoiler. Cose che magari, viste in un film o in una serie TV odierni, risultano artificiose erano all'epoca delle chicche molto simpatiche.

Veramente geniale, poi, utilizzare per i mostri il look classico Universal (l'oomo lupo, Dracula, il mostro di Frankestein, la mummia e il mostro della laguna nera, personaggi che la casa cinematografica dovrebbe riportare in auge con un progetto corale alla Avengers, ma che ahimè per ora non ha dato i frutti sperati, con il dimenticabile La Mummia con Tom Cruise).

Proprio questo tono più “cazzaro”, meno drammatico, che aleggia sul film, rende la visione di Scuola di Mostri un passo quasi obbligato per capire il cinema degli anni Ottanta, e probabilmente per sopportare meglio le mille citazioni di Stranger Things.

Il 27 ottobre si sta avvicinando, direi che è tempo di prendersi il giusto tempo, abbassare le luci, preparare una bella ciotola di popcorn e godersi quelle pellicole che mancano o si vogliono rivedere per l’ennesima volta, per arrivare pronti a varcare nuovamente la soglia del sottosopra.

Questo articolo fa parte della Cover Story "Stranger Things e gli anni Ottanta", che trovate riepilogata a questo indirizzo

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