The Strain poi migliora

The Strain poi migliora

Spesso, quando si chiacchiera di serie TV, arriva il momento del "tieni duro, poi migliora". Quel suggerimento che chi ne sa, chi se l'è già guardata tutta e può consigliare dall'alto dell'esperienza, elargisce al pubblico in ascolto. Quel "poi" può voler dire tante cose. Possono essere un paio di puntate come cinque o sei, può essere una stagione come due o tre. Non è poco, eh. E infatti è un suggerimento che ha davvero senso solo quando le puntate deboli sono, appunto, una o due. Voglio dire: stai parlando con una persona che ha deciso di abbandonare una serie dopo due puntate perché non le piace e le suggerisci di guardarne altre venti, che troverà altrettanto brutte, perché poi le cose migliorano? Nel 2016? Con tutta la marea di roba interessante e facilmente accessibile che c'è in giro? Ore e ore a smarronarsi in attesa di chissà cosa? Ma che, scherzi? No, figurati. Infatti non ha senso: tieni duro se ti interessa TANTISSIMO l'argomento e/o se ci vedi qualche spunto che pensi possa crescere e/o sai di adorare attori/showrunner/whatever e vuoi crederci. O se hai 15 anni e tanto passeresti comunque tutto il pomeriggio davanti alla TV e/o ti pagano per guardare la serie. O se sei un matto che ci tiene a finire quello che inizia. Ehm.

Perché, tutto 'sto preambolo? Per dire che The Strain poi migliora, nel senso che la terza stagione è decisamente la migliore fino a qui, la più divertente, ritmata, coinvolgente e ricca di sviluppi interessanti. E, certo, lo è anche grazie al lavoro svolto dalle prime due nel pasturare personaggi e situazioni su cui capitalizzare qui, ma non solo per quello. Intendiamoci, a me non sono dispiaciute neanche la prima e la seconda annata, che ho trovato mediamente divertenti, portatrici sane di un approccio all'horror che tutto sommato in TV tende a mancare e con alcune puntate davvero molto belle. Ma sono anche parecchio altalenanti, con momenti piuttosto bassi e una certa tendenza a girare in tondo, forse figlia della scelta di spalmare i tre romanzi originali su un numero troppo alto di stagioni. Inizialmente, infatti, The Strain sarebbe dovuto durare cinque anni, ma hanno cambiato idea in corsa, hanno deciso di chiuderla in quattro e l'impressione è che questa cosa abbia fatto un gran bene alla terza stagione e potrebbe farne altrettanto alla quarta.

E come mai le cose funzionano così bene? Perché la storia avanza senza tregua, dall'inizio alla fine, per dieci episodi (tre in meno del solito, anche questo gioca un ruolo in positivo), in una situazione sempre più ingestibile, in un vortice sempre più destinato alla rovina. La guerra contro gli strigoi è ormai aperta, scatenata, con una Manhattan finalmente davvero preda quasi totale dell'epidemia, sacche di resistenza sempre più messe alle strette e la natura stessa della minaccia che rimane statica, anzi, si evolve mostrando nuove sfaccettature. Le storie dei vari personaggi sono state sviluppate a sufficienza (non a caso i flashback sono sempre meno) e ora ci si preoccupa soprattutto di portarle al dunque, di pari passo con il macello che si sta scatenando attorno a loro. Ritmo, tensione, eventi significativi a getto continuo, svolte non sempre prevedibili e pure la giusta dose di morti, nessuna "eccellente" come quelle delle prime due stagioni, ma con il quantitativo considerevole a compensare. Inoltre, la conclusione è (letteralmente) col botto e apre le porte a un'anno conclusivo dal potenziale notevole. Insomma, bene così.

Puntualizzo che il Frechete è per la terza stagione, che si è conclusa la scorsa settimana su Fox Italia. Se dovessi dare un verdetto globale sulla serie, forse, sarebbe un onesto Vai a sapere.

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