Blue Jay: una strappa storia lacrime

Blue Jay: una strappa storia lacrime

Blue Jay parte da premesse se vogliamo non troppo originali: una coppia di ex fidanzati si incontra dopo più di vent’anni; tanto è cambiato, in e attorno a loro, ma nonostante tutto la passione di un tempo rifiorisce. Avete presente storie del genere, no? Ce ne stanno a bizzeffe (su Netflix, ad esempio, se volete altra di questa roba, ma in salsa orientale, trovate A Good Rain Knows), e Blue Jay si inserisce perfettamente in questo filone, caratterizzato soprattutto da melassa e malinconia a go-go, come si può facilmente intuire. Quindi niente di nuovo sotto il sole? Non proprio.

Fin dai primi secondi del solo trailer, è chiara l’impronta autoriale che la regia ha cercato di imprimere alla pellicola, con una saturazione in bianco e nero affiancata spesso da panoramiche ispirate, cui fa da sottofondo una colonna sonora acustica non sempre ispiratissima. Un fatto che, leggendo i nomi che stanno dietro al film, nemmeno stupisce più di tanto. Diretta dall’esordiente Alex Lehmann e prodotta da Netflix e dai fratelli Jay e Mark Duplass (Togetherness, Creep, Tangerines, giusto per dirne qualcuno), con quest’ultimo nelle vesti anche di attore protagonista, la pellicola è stato presentata al pubblico lo scorso ottobre durante il Toronto International Film Festival, per poi arrivare su Netflix il dicembre successivo, e con in mezzo una limitatissima distribuzione in sala nei soli Stati Uniti.

Come si diceva, la storia vede protagonista una coppia di quarantenni legati fra di loro dalla classica e tormentata storia d’amore in periodo adolescenziale, che dopo anni, per una serie di casualità, si rincontrano. Lei è Amanda, interpretata dalla sempre splendida Sarah Paulson, una donna che per certi versi non ha nulla di cui lamentarsi: un marito che la ama, stabilità economica, una famiglia piena di attenzioni e tutte quelle cose che, arrivati ad una certa età, non devono affatto darsi per scontate, come ben rappresenta la sua controparte, Jim, personificato da Mark Duplass, un quarantenne scapolo e con un lavoro precario alle spalle. Emblematico in tal senso è il loro incontro. Casuale, al supermercato della città natale dove sono tornati, temporaneamente, un po’ per caso: lui per mettere a posto, e poi eventualmente vendere, la casa della madre da poco deceduta, lei per far visita alla sorella incinta.

Stanno talmente bene insieme che sarei persino disposto a mettere da parte il mio amore per Sarah Paulson.

Veniamo però subito al nocciolo: seppur stereotipato, come scritto a più riprese, il rapporto fra Jim e Amanda è reso meravigliosamente. È tutto un gioco di sguardi fra i due, ammiccamenti di una coppia che si avverte chiaramente, si conosce bene, nonostante gli anni, i cambiamenti e le delusioni. Tutti aspetti che li hanno temprati nell’aspetto, ma non dentro. Perché spesso la complicità, in una coppia che per anni ha condiviso gioie e dolori, riesce a mantenersi anche a distanza di anni, sia con una semplice occhiata che raccontando uno stupido aneddoto.

Blue Jay riesce ad esprimere alla perfezione tutto ciò, rendendo lo spettatore protagonista passivo di una storia che si consuma nell’arco di una nottata: un’intensa fugacità, passate l’ossimoro, ritratta con grande capacità di sintesi negli appena ottanta minuti di durata del film, inappuntabili soprattutto per come si conclude la pellicola... e su questo non aggiungo altro. Qualche parola va spesa invece sugli attori protagonisti; bravi, bravissimi nel veicolare la complicità di coppia, aspetto da non dare affatto per scontato.

Indie a tutti i costi, si nota?

Certo, a tratti si sfocia nello stucchevole, soprattutto quando ci si sofferma sulla drammatizzazione a tutti i costi di episodi comuni che hanno caratterizzato il trascorso dei due protagonisti, ma è per certi versi un’ovvia conseguenza del trattare una storia che si consuma così brevemente. In tal senso, il problema principale è che ad edulcorare il tutto ci pensa il registro stilistico nel suo insieme. A partire dal bianco e nero e per finire con la colonna sonora da piano bar, tutto è messo lì quasi ad esasperare il fatto che, sì, state guardando un film romantico indipendente su una coppia di quarantenni che si ritrova, dopo due lustri, sul cucuzzolo di una montagna californiana a consumare i rimasugli delle passioni adolescenziali. Però, insomma, ce n’era bisogno? Quale esigenza di aumentare a più non posso il tasso di melodrammaticità in un film che, comunque, scorre liscio nei suoi ottanta minuti di durata? È un peccato, ecco, che comunque non compromette tutto: seppur non brillando per originalità, e con il succitato registro stilistico che contribuisce ad appesantire in modo assolutamente pretestuoso il tutto, Blue Jay rimane in ogni caso un ottimo film romantico, ben costruito e con due fantastici interpreti. Magari non è imperdibile, ma una possibilità la merita tutta, soprattutto se avete voglia di passare una serata in compagnia di un po’ di malinconia.

Ho visto Blue Jay, rigorosamente in lingua originale, dopo circa un mese dal suo arrivo sul catalogo italiano di Netflix. Un ritardo, questo, frutto dell’accordo con giopep. “Io penso di guardarlo ma sarcazzo quando, possiamo fare che ne scrive il primo che lo guarda (magari avvisando per non sovrapporci)”, mi scrisse qualche settimana fa. E alla fine l’ho spuntata io, o almeno credo. Comunque lo trovate ancora lì. Il film, dico. Su Netflix.

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