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Hue e il fascino dei colori

Hue e il fascino dei colori

C’è un vecchio albo di Martin Mystère che ricordo ancora oggi con grande affetto, anche se sono un vecchio scorreggione e mi ricordo a malapena di cosa parlasse. Era il numero cento della serie e, come tutti i numeri cento targati Bonelli, era interamente a colori. Chiaramente, visti i temi affrontati dalla serie, era in larga misura incentrato proprio sui misteri legati ai colori e a un certo punto si parlava delle possibili differenze di percezione. Come facciamo a sapere se vediamo tutti i colori alla stessa maniera? Chiamiamo tutti “verde” il verde, ma magari non lo vediamo tutti allo stesso modo. Magari quello che io chiamo verde lo vedo come quello che tu chiameresti rosso. Magari il tuo rosso è il mio giallo. Magari, magari, magari… vai a sapere. Ho zero conoscenze in materia, ma ricordo ancora oggi quella riflessione, incontrata per la prima volta leggendo il primo numero a colori di Martin Mystère e mai uscita dalla mia capoccia.

In Hue, a un certo punto, l’argomento emerge, come era forse inevitabile per un gioco tutto incentrato sui colori. Esattamente come era forse inevitabile per un fumetto tutto incentrato sui colori. Però, sì, ecco, Hue parla di colori, lo fa soprattutto tramite le sue meccaniche e in una certa misura anche attraverso il suo racconto, e lo fa in una maniera intelligente, ingegnosa, delicata e affascinante. È un piccolo puzzle/platform game che, in questo marasma di giochi indie che mi sto sparando sul finire dell’estate, mi ha sorpreso e convinto più di tutti gli altri. Era quello da cui meno me lo aspettavo e invece se lo becca proprio lui e proprio nella maniera più convinta di tutte. Cosa? Ma il Frechete, ovviamente. Sigla!

Hue racconta la storia di un bambino, chiamato appunto Hue da dei genitori con gusti particolari per i nomi, che si ritrova a seguire i passi della madre scienziata per scoprire che fine abbiano fatto lei, il suo compagno dalla dubbia moralità e gli esperimenti che i due conducevano assieme. Il racconto procede per mezzo di lettere scritte dalla mamma scomparsa, che possono essere recuperate fra un livello e l’altro e ascoltate lette dalla sua intensa voce mentre si passeggia nelle fasi di raccordo. Nelle lettere trovano spazio messaggi d’amore per il bimbo, riflessioni filosofiche sulla percezione personale, dettagli sugli esperimenti condotti a suo tempo (e sulla natura bizzarra del mondo di gioco) e cenni alla storia d’amore da cui nascono le vicende.

Si tratta di un racconto delicato e a modo suo coinvolgente, che accompagna con grazia lungo tutta l’avventura, al di là del fatto che l’idea di scoprire se tua madre si sia portata a letto o meno il suo collega, e di farlo tramite delle lettere che lei ti ha scritto, è un po’ bizzarra. Ma insomma, la narrazione di Hue funziona, anche grazie al bizzarro e azzeccatissimo stile visivo e all’atmosfera affascinante che si respira passeggiando, saltando e imprecando mentre si risolvono puzzle in un mondo di gioco bidimensionale, dalla forte personalità e pieno di piccole trovate adorabili. Funziona però molto bene anche il gioco.

Nelle prime fasi, il piccolo Hue recupera un congegno abbandonato dalla madre, che gli permette di evocare colori in un mondo monocromatico e, sostanzialmente, decidere la tinta dominante del fondale. Inizialmente si ha a disposizione un solo colore, ma procedendo nell’avventura si arriva a sbloccarli tutti e otto, cosa che ovviamente alimenta la complessità sempre maggiore degli enigmi. Variando i colori dello sfondo e allineandoli o meno con quelli degli oggetti, è infatti possibile far apparire o sparire piattaforme, porte, raggi laser, ponti e quant’altro. Inoltre, a seconda dei livelli si aggiungono meccanismi attivabili con leve, trappole mortali e perfino getti che sparano vernice e cambiano il colore degli elementi nel peggior momento possibile.

La somma di tutti questi aspetti va a generare una serie puzzle sempre più complessi e intriganti, molto fantasiosi nella concezione e davvero ben strutturati dal punto di vista della progressione. Nella fase finale, le cose si fanno davvero articolate ed è facile che voli qualche imprecazione, anche perché il design degli enigmi è molto lineare: tranne in rare occasioni, c’è sempre una soluzione ben precisa da trovare e ci sono scarsi margini di manovra (e questo, indubbiamente, potrebbe scoraggiare alcuni). La fantasia e la profondità con cui è studiato il tutto, però, rendono l’esperienza di gioco piacevole, impegnativa e intelligente dall’inizio alla fine, per di più accompagnata da una realizzazione audiovisiva adorabile e da una narrazione che fa il suo senza risultare invadente. Insomma, Hue è davvero un gran bel gioco.

Ho giocato a Hue su PC grazie a un codice per il download ricevuto direttamente dallo sviluppatore. Ho impiegato quattro ore abbondanti per completare l’avventura, senza però recuperare tutti gli oggetti collezionabili (e lasciandomi quindi alle spalle uno dei tredici achievement). Ah, c'è la modalità per daltonici, che applica dei simboli ai vari colori per renderli leggibili anche a loro.

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