Silicon Valley – Un incubatore, una startup milionaria e un super algoritmo di compressione dati che, effettivamente, tornerebbe utile anche qui

Silicon Valley – Un incubatore, una startup milionaria e un super algoritmo di compressione dati che, effettivamente, tornerebbe utile anche qui

Silicon Valley non è l'agiografia di Steve Jobs e non c'entra un beneamato cappero con The Big Bang Theory. Non ci sono fumetti, supereroi o videogiochi e non ci sono risate registrate, battutine, gomitini plateali, macchiette, caricature e gag (fin troppo) esilaranti. Oddio, ci sono anche quelle, ma evidentemente mi sto spiegando a cazzo di cane. 

Okay, sì, Steve Jobs...

Okay, sì, Steve Jobs...

Silicon Valley è una serie TV che rientra a pieno titolo nella categoria "comedy": si ride, certo, ma qui il divertimento è più trasversale, affilato, sottile e maturo rispetto alle tipiche serializzazioni/spettacolarizzazioni/ridicolarizzazioni dei nerd con le matite nel taschino, un Topexan sulla scrivania e l'impaccio sociale. Continuo a spiegarmi a cazzo di cane, perché è chiaro che nessuno, giù nella Silicon Valley, è socialmente disinvolto. 

I protagonisti mentre leggono Outcast.

I protagonisti mentre leggono Outcast.

In ogni caso, succede questo fatto: c'è Richard Hendricks (Thomas Middleditch) che crea Pied Piper, una piattaforma di compressione dati dotata di un algoritmo che – come direbbe Marisa Tomei - spacca il culo ai passeri (lo dice il formidabile punteggio Weissman, ovvero un test che valuta numericamente la qualità dei sistemi di compressione, sulla base della conservazione dei valori originali nel file compresso). Ci sono anche due fidati programmatori (il loro reciproco e raffinato punzecchiarsi è autentico piacere), e cioè il pakistano/messicano Dinesh (Kumail Nanjiani) e il cinico e incredibilmente flemmatico satanista Gilfoyle (Martin Starr), oltre al prezioso Jared (Zach Woods), l'inutile Bighetti (Josh Brener) e l'incommensurabile Erlich Bachman (sul quale torneremo), proprietario dell'appartamento/incubatore nel quale viene sviluppato Pied Piper.

E, tanto per chiarire definitivamente che non si tratta di The Big Bang Theory, qui non c'è traccia di voluttuose Penny, ma solo di una casta (eppur affascinante) Amanda Crew, che interpreta l'assistente Monica. E non ci sono flirt, nella Silicon Valley. Già.

Funziona, dai. 

Funziona, dai. 

La storia delle tre stagioni (appena concluse anche in Italia, ma una quarta è stata già confermata), è questa: Pied Piper attira proposte ben differenti da due guru amici/nemici dell’hi-tech: il bizzarro, compassato, machecazzoha? Peter Gregory (Christopher Evan Welch, purtroppo deceduto e presente solo nella prima stagione), CEO della Raviga, e il collerico Gavin Belson, che ha un'inquietante somiglianza con Lionel Messi, comanda l'altrettanto spietata Hooli ed è disposto a tutto (vedrete) pur di mettere le mani sull'algoritmo di compressione sviluppato da Richard e soci. Dicevo, le due offerte sono radicalmente differenti: Belson offre a Pied Piper la bellezza di 10 milioni di dollari per impossessarsi del software, mentre Gregory promette di finanziare lo sviluppo della piattaforma in cambio di un modesto finanziamento iniziale e la possibilità di evolversi in un'azienda a tre virgole (miliardi di dollari).

Indovinate un po' cosa sceglie Richard Hendricks?

Peter, morto durante un safari, ucciso da un ippopotamo. R.I.P.

Peter, morto durante un safari, ucciso da un ippopotamo. R.I.P.

La serie creata da Mike Judge (già regista di Office Space) mette in scena con arguzia e un ritmo quasi perfetto (puntate da una trentina di minuti) le idiosincrasie della Valle, le sue chiusure e le acerrime sfide (anche buocratiche) che vi si consumano a suon di milioni di dollari, senza alcuna esclusione di colpi e senza mai mandarle a dire. È una serie decisamente adulta, matura, eppure scanzonata, in grado di dissezionare l'Eldorado delle nuove tecnologie, sollevando quel velo di misticismo e mettendo in scena i conflitti ideologici, morali ed economici dei suoi emblematici personaggi.

A proposito di personaggi emblematici, avevo detto che sarei tornato su Elrich Bachman. Il pomposo, egocentrico, iconoclasta e sempre sopra le righe Elrich Bachman (che, in fin dei conti, sa il fatto suo, ha una certa esperienza negli affari e sarebbe disposto anche a fare 800 seghe alla platea del TechCrunch Disrupt pur di avere successo), il mio preferito della serie, tanto che vorrei uno spin-off del genere Bachmanity o Better Call Elrich

Tronfio, ma ne ha ben donde.

Tronfio, ma ne ha ben donde.

Insomma, qualunque sia il vostro tasso di nerdaggine o il vostro punteggio Weissman, correte a guardarla, è una serie davvero fregna, che nell'arco delle tre stagioni non si è affatto seduta sugli allori, mantenendo una qualità mediamente elevata. Beh, un paio di episodi sono un filo più spuntati della media, ma anche chissenefrega... perché poi ti arriva un episodio così e niente ha più senso: 

L'algortimo che spiega quanto tempo impiega una persona per segare 800 cazzi. Prendete nota.

L'algortimo che spiega quanto tempo impiega una persona per segare 800 cazzi. Prendete nota.

Ho guardato le tre stagioni di Silicon Valley un po' in streaming, un po' su Sky Online, un po' su Now TV quando Sky Online ha cambiato nome e un po' dove capitava, ma solo Dio sa quanto la vorrei tutta su Netflix, per vedermela molto più comodamente e rapidamente. 

Buon agosto!

Buon agosto!

Outcast Magazine #38 disponibile!

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