La recensione del poster de La Cosa in Stranger Things

La recensione del poster de La Cosa in Stranger Things

Se avete fatto un sol boccone di tutte le otto puntate dell'ottimo Stranger Things e se la serie dei Duffer Bros. vi è piaciuta un bel po', il merito è senz'altro del poster de La Cosa (The Thing, John Carpenter, 1982) appeso nella cameretta di Mike, il bambino con i capelli a caschetto.

Questo poster!

Questo poster!

La Cosa è il brutale e terrificante rimaneggiamento anni '80 de La Cosa da un altro mondo (1951) di Christian Nyby e Howard Hawks. In realtà, il film di Carpenter si rifà molto di più al racconto Who Goes's There? di John W. Campbell, Jr., ma anche sticazzi. All’epoca, costò alla produzione la bellezza di quindici milioni di dollari (il budget più alto che Carpenter abbia mai avuto a disposizione!), ma ne incassò poco più di diciannove. Quella palla buonista di E.T. (Steven Spielberg), uscito lo stesso anno, giocò un ruolo determinante nel flop de La Cosa: l'immaginario collettivo, nel 1982, aveva bisogno dell'extraterrestre buono, latore di messaggi di pace e sicurezza siderale, piuttosto che di inquietanti alieni che squartavano scienziati e relative casse toraciche.

Eppure La Cosa, ancor oggi, è un film perfetto, IL film sulla paranoia per eccellenza.

A proposito di cose perfette...

A proposito di cose perfette...

“Ehi, svedesi!”

“Sono norvegesi, Mac…”

Antartide, 1982, Base Scientifica U.S. Outpost #31 - Nessuno sa cos'è la Cosa (tantomeno il pilota di elicottero Kurt Russel), ma una cosa è certa: “Man is the warmest place to hide”. In pratica, funziona così: la Cosa ti entra dentro, s'insinua nelle budella o chissà dove, fin quando non decide di uscire e ti dilania con eccesso di passione, trasformandoti in un mostro talmente atroce e imbestialito che gli amici devono tosto metterti fuoco. Tutto ciò, come esemplificato dal programma utilizzato dallo scienziato del gruppo, avviene tramite una basilare meiosi cellulare (tipica degli anni Ottanta, quando bastavano quattro pixel in croce e una fusione approssimativa per chiarire i suoi funzionamenti).

E tutto ciò, ancora, è stato possibile grazie agli effetti speciali (per non dire raccapriccianti) creati da un giovanissimo e fin troppo dedito Rob Bottin, che ne rimediò addirittura un esaurimento nervoso. La leggenda narra che, non appena terminarono le riprese e su consiglio dello stesso Carpenter, Bottin si fece ricoverare (rimpiazzato da Stan Winston).

Ohffrechete!

Ohffrechete!

"Bastano anche solo cinque minuti per diventare matti in quell'inferno", mentre il profondo senso d'isolamento e la raggelante paura del prossimo mortificano ogni coraggio individuale. Tra una roulette russa e una claustrofobica caccia alle streghe, tra i perversi meccanismi del terrore e un gioco al massacro psicologico, nessuno può più fidarsi di nessun altro.

Il non saper perdere (o il saper vincere bene). 

Il non saper perdere (o il saper vincere bene). 

Ogni identità è persa e il dubbio pervade l'intera trappola di ghiaccio. Vi si rintracciano evidenti prodromi di Lovecraft, cenni di ideologie maccartiste e tutta la fragranza di un JB versato dentro un Mac (Apple). La colonna sonora affidata a Ennio Morricone, che pulsa lenta e incombe pesante, rende ogni cosa ancora più terrificante, impedendone la visione tanto a Calcaterra, quanto all'aracnofobico Paolo Giacci.

NON GUARDARE, PAOLO!!!

NON GUARDARE, PAOLO!!!

Se dovete/volete recuperarlo, perché siete una delle due persone succitate o dei brutti ceffi, non v'azzardate a guardare quella brutta Cosa del prequel/remake del 2011. 

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