The Way è bello ma prova a non piacervi

The Way è bello ma prova a non piacervi

Peccato per alcuni enigmi dove tiri più a indovinare che altro. E peccato pure per quei checkpoint messi un po’ a pene di vero amico dell’uomo, che assieme ad alcune sezioni platform un po’ stronzette finiscono per innalzare fin troppo un livello di difficoltà comunque non basso. Per non parlare, purtroppo, di un sistema di controllo che più di una volta sembra non essere all’altezza della gran quantità di balzi e saltelli richiesta.

Perché The Way in realtà ha parecchie frecce al suo arco. Dopo una sequenza iniziale tutta ambientata sul pianeta Terra, il giocatore sarà chiamato ad esplorare un pianeta alieno ricco di fascino, le cui architetture possono a tratti ricordare - per scelte cromatiche soprattutto - i fantastici mondi di Fez. E poi The Way sembra pescare a piene mani da titoli del passato glorioso come Another World e Flashback, che i più attempati di voi ricorderanno con affetto e, perché no, un pizzico di dedizione.

Proprio questo retaggio è stato uno dei motivi per cui The Way è stato finanziato con successo su Kickstarter, piattaforma di crowdfounding per eccellenza che ha dato vita a titoli fantastici quanto a ciofeche immonde. The Way si colloca un po’ a metà, pur affacciandosi più di una volta al lato dei giochi da provare assolutamente. Le sue premesse sono molto interessanti: il giocatore è chiamato a vestire i pixel di un esploratore spaziale la cui moglie, purtroppo, è deceduta. La sua missione? Tornare su uno dei pianeti da lui scandagliati in passato per trovare l’Eternal Life, in grado di riportare la sua amata tra i vivi. Un viaggio, questo, che è in realtà un percorso lungo e faticoso che lo porterà a interrogarsi sul senso della vita, su ciò che si è disposti a fare pur di raggiungere i propri obiettivi e che lo costringerà a confrontarsi con un pianeta inospitale, ma ricco di segreti.

Durante l'avventura l'esploratore farà amicizia con un animale locale che lo aiuterà e lo seguirà come un cagnolino.

Pur non avendo veri e propri filmati o spiegoni, la narrazione di The Way funziona alla grande. Tra frammenti di memorie da rivivere, piccoli dialoghi e altrettanto brevi monologhi del protagonista, a volte si vorrebbe sapere di più sul passato dei protagonisti ma, di fatto, il gioco riesce a comunicare benissimo: le emozioni dell’esploratore diventano subito quelle del giocatore, che finisce per condividere gli stessi dubbi e interrogativi, nonché la stessa ansia e urgenza, del pixelloso avatar.

Sensazione di urgenza e voglia di raggiungere l’obiettivo che si scontrano con i tosti enigmi - quasi tutti ambientali - che l’eroe deve risolvere nel corso dell’avventura. The Way sotto questo punto di vista è davvero arduo, lanciando il giocatore in situazioni apparentemente senza uscita, senza spiegazioni o tutorial di sorta. Eppure, a parte qualche caso citato in apertura, il gioco fornisce spesso indizi che, con un pizzico di ragionamento laterale, portano alla chiave di risoluzione. Non dico che siamo ai livelli del sontuoso The Witness, che inventa di fatto un vero e proprio sistema di linguaggio, ma The Way riesce molto bene a comunicare, senza reali interruzioni o testi di spiegazione, ciò che il giocatore deve fare. A patto che questo sia disposto ad osservare, ascoltare e ragionare.

Nel corso della sua ricerca, l’esploratore troverà quattro artefatti alieni in grado di fornire poteri speciali: si va dall’oggetto che permette di utilizzare console aliene al teletrasporto, passando per lo scudo di energia in grado di riflettere i proiettili dei nemici. Perché The Way propone anche numerosi combattimenti, che somigliano però più a una sequenza di micro-puzzle a sezioni d’azione. Insomma, in The Way il cricetino nel vostro cervello dovrà correre parecchio.

E il gioco, a parte qualche eccezione, funziona alla grandissima fin quando c’è da ragionare. Un po’ meno quando c’è da saltare ed essere agili, colpa di un sistema di controllo che, come ho detto in apertura, non sempre ce la fa. Nonostante le diverse patch che hanno accompagnato il gioco fino al lancio, più di una volta la frustrazione di sezioni platform rese difficili da una risposta lenta o imprecisa dei controlli hanno rovinato il godimento delle mie sessioni. E io sono una persona che apprezza i giochi difficili, a patto che siano sempre giusti.

Alcuni frammenti di memoria portano a ricordi davvero struggenti.

Alcuni frammenti di memoria portano a ricordi davvero struggenti.

O forse sono solo un videogiocatore rammollito dalla modernità e ha ragione giopep quando in mail mi suggerisce che, forse, The Way è quel tipo di gioco stronzo che ci facevamo andare bene venti anni fa e oggi tolleriamo meno (trademark Andrea Maderna). Probabilmente dovrei giudicare The Way solo per la fantastica sensazione di voler proseguire a tutti i costi, anche di fronte alle difficoltà, per l’empatia che genera nei confronti della disperata missione del protagonista, e per il fatto che riesce a comunicare tutto ciò in maniera delicata e mai invasiva.

Eppure, per quanto pregno di indubbie qualità, non me la sento di consigliare The Way a tutti, senza remore. Le asperità di cui sopra possono essere davvero letali per un giocatore che non ha voglia, tempo o pazienza per superarle e lasciarsi coinvolgere da tutto ciò che di bello The Way ha da offrire. Perché quello dei Puzzling Dream è un gioco fantastico, ma a volte fa di tutto per risultare indigesto.

Ho giocato a The Way per circa dieci ore, ricorrendo di tanto in tanto a una provvidenziale guida per superare alcune sezioni che hanno messo a dura prova le mie limitate pazienza e capacità intellettive. Tutto grazie a un codice Steam fornitomi dagli sviluppatori.

Videopep #126 – Cianfrusaglie da Malmö 2016

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Old! #162 – Maggio 2006

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