Sam Was Here, who cares?

Sam Was Here, who cares?

Il messaggio più forte comunicato da Sam Was Here è che fare il venditore porta a porta nel deserto californiano è una palla indescrivibile quando va bene, pure abbastanza pericoloso quando va male. Il film racconta infatti di tale Sam, inviato dal suo capo a proporre prodotti fra le abitazioni sparse in giro per il mojave. Siamo nel 1998, quindi il povero Sam non ha neanche uno smartphone con cui passare il tempo postando selfie coi cactus su Facebook, e si deve orientare pasticciando coi pennarelli sulle mappe di carta. Aggiungiamoci che non gli dà retta nessuno, quando prova a bussare alle porte non ottiene risposta e quando si aggrappa ai telefoni pubblici per chiamare i clienti gli mettono tutti giù. Per altro, col telefono gli dice proprio sfiga: quando prova a chiamare il suo capo e la sua famiglia, risponde sempre la segreteria telefonica. Non basta? C'è una strana luce rossa all'orizzonte che lo tormenta e nei dintorni sembra esserci un serial killer in attività. Non basta? Certo che non basta, che domande!

Lui sembra un po' il fratello stordito di True Blood.

Sam Was Here è il film d'esordio del francese Christophe Deroo, che ha preso il suo cortometraggio Polaris e l'ha trasformato in lungometraggio, come fanno tutti i giovani registi rampanti dell'horror. Certo, in questo caso non c'è il nome famoso, il Del Toro o il Raimi di turno, a prendere il ragazzo sotto la sua ala e a firmargli il poster, ma solo un (aspirante) autore francese che è volato in America per trovare i soldi e l'ambientazione giusta. Ma insomma, bene così, ci vuole spirito d'iniziativa. Quel che è venuto fuori dalle due settimane scarse di riprese è un film che denuncia un po' la sua natura di cortometraggio allungato (a settantaquattro minuti che pesano come cento) ma propone parecchi spunti interessanti e mostra un discreto talento dietro alla macchina da presa.

L'idea è quella del viaggio all'inferno, il tuffo in una spirale senza senso nella quale il protagonista inizia velocemente a non capire più se sta perdendo la testa, se è sempre stato matto, se è in atto una cospirazione ai suoi danni o se il regista s'è fatto prendere la mano dalla pretenziosità e s'è convinto di poter essere il David Lynch del discount. Seguiamo la discesa in un purgatorio personale che assorbe la sua vittima, suggerendo possibili spiegazioni a metà fra il credibile e il paranormale, ma non arrivando mai a dire le cose in maniera chiara. Si scivola sempre più verso l'abisso in un mare di suggestioni, paranoia e lampi di violenza improvvisa, mentre il popolo di redneck folli e sanguinari che perseguita Sam gli si chiude attorno, accusandolo di atti tremendi che sostiene di non aver commesso e provando a punirlo. E alla fine non si capisce in maniera netta cosa sia accaduto, non ci sono certezze e si è tirato pure qualche sbadiglio di troppo, in mezzo a momenti senza dubbio affascinanti e a una certa prevedibilità di fondo. Perché poi, alla fin fine, il problema sta anche nel fatto che Deroo si nasconde dietro all'idea e alla messa in scena enigmatiche, ma tutto sommato non inventa nulla di nuovo e non regala mezza sorpresa.

L'ho visto al Paris Fantastic Film Festival e, al momento, al di là del suo girare per le rassegne del pianeta, la situazione distributiva sembra essere ferma al credici. Vai a sapere, insomma.

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