THOTH: l'agognata quadratura del cerchio

THOTH: l'agognata quadratura del cerchio

Un po’ come il suo geometrico protagonista, THOTH (rigorosamente in maiuscolo, quasi fosse un’onomatopea) nasce tondo e non vuole piegarsi alla tirannia dello spigolo. È un inno al minimalismo e alla sinestesia, declinato in un twin-stick shooter capace di unire concretezza e sperimentalismo. Jeppe Carlsen – che tempo addietro ha preso le distanze da Playdead per dedicarsi ai progetti da solista – riprende così le tematiche di 140, platform a mio avviso sublime, e le ristruttura con precisione chirurgica.

Su un palcoscenico dai toni lisergici, va in scena una lotta senza quartiere: nei panni del protagonista troviamo un cursore lampeggiante, armato di tutto punto ma incredibilmente fragile. È l’elemento di rottura, chiamato a prendere le distanze (non solo in senso metaforico) da chi ha fatto del vertice la sua ragion d’essere. Le altre figure geometriche – che trovano forza e coraggio nel branco – lo osservano con sospetto e non vedono l’ora di sforacchiarlo, giusto per darsi un tono. All’improvviso ecco che i ruoli si ribaltano, la vittima diventa carnefice e Robotron affonda la radici nella geometria piana.

THOTH è istintivo, non si perde in tutorial e non abbisogna di spiegazioni lambiccate. L’azione è al fulmicotone: piegati dal fuoco d’artiglieria, rettangoli, quadrati e trapezi perdono la loro anima, salvo ritrovarla nel livello immediatamente successivo. È un viaggio diviso a tappe, raccolte in sezioni tematiche e legate da un filo conduttore. A intervalli più o meno regolari, infatti, THOTH si rinnova e introduce una serie di variazioni sul tema, sempre coerenti con la sua natura di sparatutto. Dal nulla emergono diaboliche macchinazioni, spietate nella loro efficacia eppur non infallibili. Sono spiazzanti perché tolgono i punti di riferimento, rimescolando le carte. Ci si adatta al cambiamento a suon di insuccessi e schiaffi in faccia, ripartendo nella peggiore delle ipotesi dal più vicino checkpoint, una soluzione di design che tiene a bada l’eventuale frustrazione. A titolo personale, THOTH non mi ha mai irritato: è sì a tratti spietato, ma sempre leale e corretto.

Qui succede un quarantotto.

Qui succede un quarantotto.

THOTH è ordinato, geometrico e preciso, governato com’è da una logica inappuntabile. Sparacchiare all’impazzata non solo è inutile, ma controproducente: il fuoco di copertura rallenta la tonda astronave, ne appesantisce lo scafo e rende impossibile lo slalom fra i pericoli. Preso atto dell’inghippo, tocca sollevare il dito dal grilletto e agire di soppiatto, facendo valere la “toccata e fuga”. Non mancano dei passaggi in cui questo eccezionale sparatutto sfocia nel rompicapo, sfuggendo così ai preconcetti o agli schemi precostituiti.

Tutto poi scivola fra un’estetica all’insegna del minimalismo e la ricerca spasmodica della sinestesia, in un caldo abbraccio di sonorità noise, distorsioni ad altissima frequenza e improvvisi accenni di melodia: nasce così un contrasto armonico, in cui ogni vibrazione trova la sua precisa collocazione. Si raggiunge il nirvana isolandosi dal mondo esterno, magari grazie a buon paio di cuffie, e lasciandosi cullare da quest’esperienza più unica che rara.

A voler essere pignoli, l’unico difetto – io non lo ritengo tale - è riscontrabile nella ridotta longevità: il viaggio psichedelico si conclude in circa due ore, lasciando poi campo libero a una serie di sfide extra, livelli che poggiano su un algoritmo procedurale. A prescindere, THOTH resta un gioco puro, che non cede alla lusinghe di inutili e dannosi riempitivi, ma ha il coraggio di essere se stesso, con tutti i suoi limiti.

Click, click, click...boom!

Click, click, click...boom!

Alla fine non c’è molto da aggiungere: ritengo che THOTH sia un pregevole esperimento videoludico, progettato con cura e realizzato con maestria. 140 – titolo che ora assume i connotati di un vero e proprio manifesto programmatico - è stato solo il primo atto della rivoluzione geometrica di Jeppe Carlsen. THOTH riparte da lì con rinnovato entusiasmo, riprendendo un discorso che non credo sia destinato ad interrompersi. Mi auguro di cuore che il viaggio continui, magari sotto una terza forma, ancora più inusuale. Ci sarà da attendere, ma io posso aspettare.

Ho giocato a THOTH grazie a un codice fornitomi da Jeppe Carlsen. Il test è stato condotto su un PC dotato di processore AMD FX 8320, 8 GB di RAM e una scheda video AMD Radeon R9 270X. L'utilizzo del joypad è per me imprescindibile.

The Walking Podcast #55 disponibile!

The Walking Podcast #55 disponibile!

Videopep #134 – I miei giochi di ottobre 2016

Videopep #134 – I miei giochi di ottobre 2016